4 Aprile 2025 00:13

Ventimiglia: migrante muore annegato nel Roja. Chiesta la condanna a 6 anni e 10 mesi, ma la difesa punta all’assoluzione

Nuova udienza oggi in Tribunale a Imperia per il processo sulla morte di Osakpolor Omoregie, il migrante nigeriano annegato nel fiume Roja il 29 maggio 2019. Durante l’udienza si sono svolte la requisitoria del PM Paola Marrali, quella della parte civile, rappresentata dall’avvocato Bosio e l’arringa della difesa dell’avvocato Elena Pezzetta.

La ricostruzione del PM: “Nessun dubbio sulla colpevolezza”

Nel corso della sua requisitoria, il PM Paola Marrali ha ripercorso i fatti della notte tra il 29 e il 30 maggio, sottolineando come il luogo dell’aggressione fosse noto alle forze dell’ordine come punto di ritrovo. La vittima, ha spiegato, voleva raggiungere la sua famiglia, ben inserita nella comunità ventimigliese.

“Non sappiamo perché si sia recato al Bar Sirena, forse per fumare. Abbiamo numerosi testimoni oculari, compresa la polizia giudiziaria, e l’esame autoptico effettuato dopo il ritrovamento del corpo il 3 giugno ci ha permesso di ricostruire l’accaduto.”

Secondo l’accusa, non vi sarebbero dubbi sulla colpevolezza dell’imputato, pur riconoscendogli attenuanti per buona condotta giudiziaria. La richiesta finale è di 6 anni e 10 mesi di reclusione. La difesa chiosa che non vi sia nemmeno il concorso con altri imputati e dichiara: Ritengo che l’imputato debba essere assolto per non aver commesso il fatto”.

L’arringa della parte civile: “Una vera e propria aggressione”

L’avvocato Bosio, rappresentante della famiglia Omoregie, ha descritto l’accaduto come un episodio di inaudita violenza: “Era un ragazzo che aveva tutte le condizioni per integrarsi perfettamente nella comunità di Ventimiglia. Non sappiamo le ragioni esatte del contrasto, ma si sono fatte ipotesi su tensioni legate alla cosiddetta mafia nigeriana.

Secondo la parte civile, si sarebbe trattato di un attacco brutale articolato in tre fasi: un primo scontro fisico, con un colpo al volto della vittima; un inseguimento aggressivo, con lancio di pietre, bottiglie e bastoni. E infine l’annegamento nel fiume, avvenuto mentre la vittima cercava disperatamente di fuggire.

“Anche mentre tentava di guadare il Roja, gli aggressori hanno continuato a ostacolarlo, quasi a impedirgli di uscire dall’acqua.”

L’autopsia, continua poi l’avvocato, ha confermato che la vittima riportava lividi, contusioni e tumefazioni prima di annegare, segno che era stata brutalmente picchiata prima di finire nel fiume. L’avvocato Bosio ha avanzato una richiesta di risarcimento di circa 300mila euro con una provvisionale di 100mila euro.

L’arringa della difesa

Dopo la requisitoria dell’accusa e l’arringa della parte civile, la difesa con l’avvocato Elena Pezzetta, ha presentato le proprie argomentazioni partendo dall’assenza, secondo la sua posizione, dell’elemento di preterintenzionalità.

“In base al racconto di alcuni testimoni le intenzioni dell’imputato erano quelle di calmare gli animi. Come poteva prevedere che la vittima sarebbe fuggita? La direzione che avrebbe preso correndo? Non poteva nemmeno sapere che la vittima non sapeva nuotare o che guardare il fiume fosse così pericoloso per via delle correnti”.

L’avvocato spiega che, nella fuga, la vittima aveva diverse possibilità di scelta, non solo gettarsi nel fiume “Forse pensava di farcela. Anche dalla testimonianza dell’esame autoptico emerge che l’assunzione di cannabis e alcool (trovati in minima parte nel corpo della vittima ndr) potrebbero aver influenzato la scelta della strada”.

La difesa poi affronta le varie discordanze nelle testimonianze in merito a quel tragico momento

“Non sono uguali, dichiarano cose diverse non nei dettagli, ma proprio nel racconto. Non rispecchiano quanto avvenuto”.

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