24 Maggio 2026 08:08

Tra un video di cucina e un bombardamento: come siamo diventati insensibili alla guerra? La parola all’attivista Susanna Bernoldi e alla psicoterapeuta Lara Albino

Le prime volte che si vedevano dei reportage di guerra, magari crudi e realistici come la straordinaria Francesca Mannocchi sa fare, si chiudevano gli occhi perché non ci si sentiva in grado di resistere davanti a tanto orrore. Si voltava lo sguardo. Saliva l’indignazione. Si sbirciava la fine di quelle immagini fissando il riflesso della televisione sul vetro della finestra.

Poi, quelle stesse immagini, fossero della guerra in Ucraina, a Gaza o in qualsiasi altra parte del mondo (perché i conflitti non sono solo questi due, dobbiamo ricordarcelo) hanno iniziato a riempire i feed dei social. Storie condivise dagli amici, notizie dei giornali, video live di ragazzi che dalla Palestina cercavano di far sentire la loro voce. E si rabbrividiva ancora. Ma meno della prima volta.

Oggi ci troviamo a scorrere tra un video di guerra con esseri umani distrutti e dilaniati, e un video di padel o di come cucinare il kebab vegetariano dei sogni. E quelle immagini di guerra quasi non ci scalfiscono più.

Perché? Perché ci siamo abituati alla guerra? Questa assuefazione è davvero inevitabile? E, soprattutto, è innocua? La risposta arriva attraverso due voci molto diverse, ma complementari: quella dell’attivismo sociale con Susanna Bernoldi, ex insegnante e attivista impegnata nel volontariato in Italia e all’estero, e quella della psicologia con la psicoterapeuta imperiese Lara Albino, che ha analizzato gli effetti dell’esposizione continua ai conflitti e alle immagini di violenza.

Susanna Bernoldi: “Assuefatti al dolore, cercano di normalizzare la guerra”

Bernoldi ha puntato il dito contro quello che definisce un sistema che abitua progressivamente le persone alla guerra e alla militarizzazione. “Lo scopo è creare una società dove pochissimi possano avere tutto e dominare su una massa che si accontenta e non alza la testa”, afferma l’attivista, parlando di un modello fondato sul consumismo e sugli interessi economici legati alla produzione di armi.

Secondo l’ex insegnante l’assuefazione alla guerra partirebbe già dall’infanzia e dalla quotidianità. “Da decenni osservo la moda dei tessuti militari. Non l’ho mai considerata una scelta estetica innocente: è stata voluta, per abituare l’occhio alle divise. Allo stesso modo, l’andare nelle scuole a presentare l’arruolamento come un nobile servizio alla patria”.

E poi c’è il filtro sulle immagini mediatiche, le immagini più dure vengono nascoste, non le fanno vedere e così la gente si abitua e la si spinge verso l’indifferenza. Si crea l’idea di avere costantemente un nemico che porta quindi quasi ad accettare l’idea della guerra. ” dichiara.

La psicologia del dolore. Albino: “Siamo desensibilizzati e cerchiamo di difenderci”

Sul piano psicologico, la dottoressa Lara Albino, psicologa clinica e psicoterapeuta, spiega che il distacco emotivo davanti alle notizie di guerra non nasce necessariamente da freddezza o mancanza di empatia. “È un meccanismo di difesa umano. La nostra mente cerca di reggere una quantità enorme di dolore e minaccia. Se vivessimo ogni giorno tutto questo con la stessa intensità emotiva sarebbe molto difficile da sostenere”, spiega Albino.

La psicoterapeuta parla di desensibilizzazione, un processo neurologico attraverso il quale il cervello riduce progressivamente la risposta emotiva agli stimoli ripetuti. “Le immagini di bombardamenti, morti e distruzione sono ormai quotidiane. Il sistema nervoso abbassa lo stato di allarme. Non significa che la tragedia diventi normale, ma che il cervello perde parte dell’impatto iniziale”, sottolinea. Pesa poi anche il senso di impotenza percepito dalle persone. “Quando sentiamo di non poter incidere realmente su ciò che accade, tendiamo a proteggerci emotivamente prendendo distanza”, afferma.

La psicoterapeuta evidenzia inoltre come il vissuto personale influenzi profondamente la reazione alle immagini della guerra. “La stessa notizia può generare angoscia in una persona, rabbia in un’altra o distacco in un’altra ancora. Ognuno interpreta ciò che vede attraverso la propria storia emotiva”, spiega. Albino richiama anche il tema dell’educazione emotiva. “C’è chi è cresciuto in ambienti dove le emozioni venivano accolte e chi invece ha imparato a reprimerle. Questo cambia radicalmente il modo di reagire davanti al dolore e alla sofferenza”, conclude.

Il rischio, emerso nel corso del confronto, è che la continua esposizione alla guerra finisca per trasformare lentamente l’orrore in abitudine e l’abitudine in indifferenza. Un processo quasi invisibile, che passa attraverso immagini viste ogni giorno, notizie consumate rapidamente e dolore osservato a distanza. Ed è forse proprio questa la riflessione più inquietante: capire se ci stiamo davvero proteggendo emotivamente oppure se, poco alla volta, stiamo semplicemente smettendo di reagire.

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