È stato approvato oggi dalla Giunta regionale il Piano Sanitario e Sociale Integrato Regionale (PSSIR) 2026–2030, il primo documento di programmazione strategica che dà attuazione alla riforma e alla nascita di ATS Liguria. Un Piano che affronta la sfida demografica più intensa del Paese. La Liguria è la regione più anziana d’Italia, con il 29,2% di popolazione over 65 destinato a salire al 34% entro il 2036, trasformandola in un progetto di riorganizzazione dei servizi che mette al centro la persona.
Il Piano non è un catalogo di prestazioni: è un patto per la comunità, costruito attraverso un percorso di confronto strutturato che ha coinvolto professionisti sanitari, sociali, amministrativi e tecnici, Ordini professionali, organizzazioni sindacali, Terzo Settore, Comuni e ANCI Liguria. È un documento in cui non solo gli operatori e tutti gli stakeholder del sistema si riconoscono, ma nel quale trova il proprio posto anche il cittadino.
“Con questo Piano la Liguria sceglie di non subire il proprio profilo demografico ma di governarlo – sottolinea l’assessore regionale alla Sanità Massimo Nicolò –. Abbiamo costruito il documento insieme a chi il sistema lo fa vivere ogni giorno, perché un piano calato dall’alto non regge alla prova dei fatti. Ma il risultato che ci interessa davvero è un altro: che il cittadino, quando incontra il Sistema sanitario, trovi qualcuno che lo riconosce e lo accompagna e non un labirinto da attraversare da solo”.
Perché è questo il senso ultimo della riorganizzazione che il Piano disegna in tutti i setting assistenziali, dall’emergenza-urgenza alle reti cliniche specialistiche, dalle Case della Comunità agli Ospedali di Comunità, dalle Centrali Operative Territoriali fino al domicilio, connessi dalla piattaforma IT-CURA e dal Fascicolo Sanitario Elettronico. Ne risulta, per il cittadino ligure, un unico sistema di cura che è proteso a intercettare il bisogno, a riconoscerlo nel momento in cui si manifesta, se ne fa carico, accompagna la persona nel tempo e non la perde di vista nel passaggio da un servizio all’altro.
Il cittadino non deve più costruire da solo la propria rete di assistenza, muovendosi tra strutture e discipline che non comunicano: la rete c’è già ed è il sistema a farsi carico della continuità assistenziale. La transizione tra ospedale e territorio diventa un passaggio governato e non uno “scarico”; la presa in carico della cronicità e della non autosufficienza segue la persona a casa; il digitale, dove è introdotto, serve ad anticipare i bisogni e a evitare i ricoveri evitabili, non ad aggiungere adempimenti.
A garanzia del patto, il Piano definisce per ogni obiettivo un responsabile, tempistiche e indicatori misurabili, con una rendicontazione pubblica annuale alla II Commissione Consiliare Sanità. La misura del patto tenuto sarà la trasparenza dei risultati verso le istituzioni, verso i cittadini e verso i lavoratori del sistema.






