Seguo il Festival di Sanremo da quando ero bambina. Divano, copertina, televoto casalingo con i miei genitori e pagelle scritte con la serietà di chi si sente custode della musica italiana. Mi sono innamorata così di Sentimento degli Avion Travel, segno che non sono mai stata una nostalgica barricata nel passato, ma una che ama le belle canzoni, i testi che hanno peso e quella cornice dell’Ariston che, per quanto possa evolversi, qualche regola non scritta la impone ancora.
Le rivoluzioni mi piacciono, ma quando hanno sostanza e così ho apprezzato profondamente l’inchino di Francesco Gabbani a Fiorella Mannoia: modernità e rispetto possono convivere e quello, per me, è stato uno dei momenti più eleganti degli ultimi anni.
Quest’anno, insieme ad Imperiapost, ho fatto una cosa che di solito non faccio: ascoltare le canzoni in anteprima. Non amo farlo, perché credo nel battesimo della prima serata, nello stupore condiviso con il pubblico, ma questa edizione incuriosisce per i tanti nomi considerati anche quasi “sconosciuti“. L’effetto generale? Più che un giudizio netto, un sapore complessivo.
Come sarà questo Sanremo 2026? I cantanti che faranno discutere
È un Festival che alterna piatti molto diversi e non sempre l’entusiasmo che si respira in sala stampa coincide con quello che resta dopo l’ascolto. A volte ci esaltiamo per moda, per l’idea di essere contemporanei a tutti i costi, per quella cassa dritta che oggi celebriamo come simbolo di emancipazione dall’“impomatato”. Ma siamo sicuri che basti il “tunz tunz” per farci gridare al capolavoro?
Ditonellapiaga, per esempio, porta ritmo e critica sociale, un’energia che accende la sala e richiama certe atmosfere elettroniche che all’Ariston non sono più un tabù. Funziona? In parte sì, perché ha personalità e non chiede permesso.
Diverso il discorso per l’incontro traFedez e Marco Masini: lì c’è l’evento, la combinazione generazionale, il potenziale televisivo che si sente già al primo ascolto. È uno di quei brani che capisci subito potrebbe correre forte, perché unisce due mondi senza annullarsi.
E poi c’è chi resta più fedele a una struttura festivaliera classica come Arisa, Renga o Ermal Meta e Raf. Chi prova a sorprendere come Malika Ayane, chi va capito al secondo ascolto, chi punta tutto sulla voce, chi sulla scrittura. In mezzo, la sensazione che alcune proposte come quella di Sal Da Vinci o Eddie Brock, vengano applaudite o portate sul palco anche per status, per il gusto di dire “io ci sono”, per non restare fuori dal racconto del momento.
Sarà un Festival complesso
Il sapore di questo Festival, dopo l’anteprima, non è né dolce né amaro. È complesso. Non travolge al primo morso, ma nemmeno respinge. È un menù vario, dove convivono tradizione e sperimentazione, nostalgia e voglia di scrollarsi di dosso il passato.
La vera domanda, però, resta quella che mi accompagna da quando ero sul divano a dare i voti: tra qualche mese, quali di queste canzoni canteremo ancora senza bisogno del contesto?
Perché al di là delle mode, delle polemiche e degli entusiasmi collettivi, la misura finale è sempre lì: viviamo nell’epoca dei podcast, delle playlist veloci, delle clip da trenta secondi che decretano un successo. Anche Sanremo ne è attraversato. Ma il palco dell’Ariston resta un luogo con un suo peso specifico. Non è un club, non è uno showcase, non è solo una vetrina social. È un teatro che amplifica tutto, anche le fragilità.
Selena Marvaldi






