Ha preso ufficialmente il via la 76ª edizione del Festival di Sanremo con una prima serata che, come aveva anticipato Carlo Conti, si è chiusa ben oltre l’orario previsto. Più tardi del tardi.
E quando il tempo si dilata così tanto, ogni intervento pesa. Ogni parola in più si sente. Con 30 artisti in gara, l’effetto maratona era prevedibile, ma proprio per questo la conduzione avrebbe dovuto rendere il tutto più leggero, più dinamico, più coinvolgente. Il Teatro Ariston si è trasformato ancora una volta in una lunga corsa notturna, dove il ritmo diventa decisivo. E in alcuni passaggi, l’ironia rodata di Amadeus e Fiorello è sembrata mancare.
In questo contesto, la presenza fissa di Laura Pausini è destinata inevitabilmente a dividere. È un nome forte, internazionale, amatissimo da una parte di pubblico e guardato con maggiore severità da un’altra. Il punto, però, non è la caratura artistica, ma la costruzione televisiva. I continui richiami al fatto di “essere a casa”, il racconto di quando Pippo Baudo le disse che era pronta, la gag ripetuta sulla “zeta”: elementi già espressi in conferenza stampa e riproposti quasi identici sul palco. Più che spontanei, sono sembrati passaggi studiati, ribaditi, come a voler rafforzare un’appartenenza che non aveva bisogno di essere certificata.
Diversa, ma non del tutto risolta, la prova di Can Yaman. Presenza scenica evidente, sicurezza nell’occupare il palco, ma una spontaneità che non è sembrata pienamente naturale. L’impressione è stata quella di una performance più che di una conduzione, l’attesa di reazione, di un’ovazione che però in platea si è indirizzata soprattutto verso i cantanti in gara. In un Festival dove la musica deve restare al centro, il co-conduttore funziona quando riesce a inserirsi nel flusso senza forzarlo.
Viene spontaneo pensare che, in una maratona di questo tipo, servirebbe una freschezza diversa. È vero: i paragoni con il passato sono sempre rischiosi e forse poco utili. Ogni edizione ha la sua identità e il suo tempo. Eppure la spontaneità di Gianni Morandi, capace di rompere il protocollo con un sorriso o un gesto inatteso come la famigerata “spazzata” del palco, resta un riferimento inevitabile. Non per nostalgia, ma per una questione di ritmo. In una serata che supera abbondantemente la mezzanotte, ciò che tiene vivi è l’imprevisto, la battuta non scritta, la sensazione che qualcosa possa accadere davvero.
Qui, invece, la spontaneità è apparsa la grande assente. Tutto corretto, tutto ordinato, ma poco sorprendente. E quando la notte si allunga, è proprio l’energia non programmata a fare la differenza. Vedremo nei prossimi giorni cosa succederà.
Selena Marvaldi






