In conferenza stampa Ermal Meta torna a spiegare il senso di Stella Stellina, il brano portato sul palco dell’Ariston. Un pezzo che ha acceso riflessioni e che affronta un dolore collettivo, spesso rimosso. «Tutti quei bambini morti sono stati uccisi. Ma non sono morti davvero, perché la loro purezza resta. Resta dentro di noi».
Il cantautore parla da padre prima ancora che da artista. «Faccio fatica a guardare negli occhi mia figlia e sentirmi al sicuro. Ero con lei, le suonavo le filastrocche, mi invento canzoni su quello che fa in quel momento. Poco prima avevo guardato uno dei tanti video che ci capitano sotto gli occhi. Non da due anni, da ottant’anni. Mi sono visto nella mia bolla, nella mia casa, e per una frazione di secondo ho provato fortuna. Poi ho pensato: ma quale fortuna?».
Da qui la scelta di portare il tema a Sanremo: «Sanremo è un megafono. Voglio occuparmi anche dei figli degli altri, che sono nostri. È un dolore che si dovrebbe avvertire, ma non si avverte – Ermal parla così di una peericolosa assuefazione – Scrolli il telefono: gattini, foto al mare, palestra, bambini morti, fiori, cibo, bambini morti, palestra, cantante, bambini morti. Hanno lo stesso valore? Succede qualcosa dentro di noi. Ci schermiamo, perché non abbiamo gli strumenti per catalogare tutto. Frapponiamo un muro invisibile tra quello che ci arriva e quello che non siamo in grado di processare».
Poi l’allargamento alla dimensione collettiva. «Ci siamo persi qualcosa. È come se ci fosse stato fatto un incantesimo. Non si dovrebbe provare senso di colpa o solitudine quando affronti certe tematiche come la guerra. Trovi forza nell’altro, quando vedi persone che scendono in piazza. Lì trovi chi la pensa come te. Noi però ci siamo abituati a vivere senza l’altro: lo viviamo come presenza, non come scambio».
Infine un passaggio sui giovani e sul loro ruolo: «I giovani hanno un potere straordinario. Ogni volta che si sono occupati di questioni importanti hanno cambiato le cose. Nel mondo si aspetta che le rivoluzioni le facciano i potenti, ma non è mai successo. Le rivoluzioni partono dal basso». E porta un ricordo personale: «Io sono albanese. Nel 1991 è caduto il regime. Il movimento è partito dagli studenti di Tirana. Sono scesi in piazza, hanno legato delle corde alla statua del dittatore e l’hanno tirata giù. Solo loro potevano farlo. Delle questioni sociali i giovani dovrebbero occuparsi di più. Ma se restano anestetizzati, diventa difficile».






