L’imperiese Susanna Bernoldi torna a raccontare in prima persona il suo viaggio nei territori occupati della Cisgiordania, in Palestina.
Dai campi profughi di Tulkarem al Freedom Theatre di Jenin: il racconto di un popolo che continua a resistere
Scrivo da Tulkarem, città vivissima con antichi reperti romani, università e tre campi profughi abitati da famiglie palestinesi discendenti da quelle già cacciate dall’esercito israeliano dalle loro proprietà con la Nakba nel 1948.
O meglio, erano abitati. Sono da anni sotto assedio sistematico dell’esercito ben prima del 7 ottobre ’23. Da quella data gli attacchi sono diventati ancor più violenti e distruttivi e, dal gennaio 2025, con l’operazione Muro di ferro, i bombardamenti degli aerei, degli elicotteri Apache e le devastazioni dei bulldozers, che abbattono non solo qualunque edificio privato e pubblico, ma le strade con le tubazioni dell’acqua, delle fogne e dell’elettricità, hanno reso i campi invivibili. Ed è poi giunto l’ordine di evacuazione sotto minaccia di morte. Le famiglie sono sfollate da parenti o in ripari di fortuna. Ma la crudeltà made in Israel è infinita: Kamal ci ha raccontato che sono state “concesse” tre ore per tornare a recuperare mobili o oggetti importanti, ma quando gli abitanti sono arrivati, i soldati hanno urlato che avevano solo 15 minuti ed hanno iniziato a sparare… prima in alto… e poi alle persone. Lui è riuscito a portar via solo una borsa di documenti della famiglia, che attestano la loro presenza in terra palestinese da tante generazioni; altri hanno preso ciò che poteva essere utile e soprattutto trasportabile a mano, che molte volte è stato rubato o distrutto dai soldati, come la sedia a rotelle che un giovane aveva recuperato per sua madre.
Nell’agosto 2023 vi ero stata con un’attivista americana per portare cibo e beni essenziali e già allora avevo camminato tra le macerie di una crudele devastazione, ma avevo ancora incontrato famiglie determinate a resistere. L’altro giorno, da una collina di fronte al Tulkarem Camp, Fadua ci ha indicato, nel campo reso un agglomerato fantasma, totalmente privo di vita, la sua casa dove vuole fare ritorno. Per ora le uniche luci sono quelle di una o due case usate dai soldati. Bandiere israeliane sulle case vuote.
Chiedo: “Ma quella striscia larga di terra? Tutti i campi profughi hanno il divieto di espandersi, si possono ampliare solo in altezza, sono una vicinissima all’altra.”
Purtroppo quella striscia vuota è ciò che resta di tante case letteralmente sbriciolate da bombe e bulldozers per agevolare il passaggio dei carri armati…
Quello stradone l’ho negli occhi come lo sguardo disperato di uno degli sfollati di Tulkarem: tra quelle mura sbriciolate vi sono quelle della casa che aveva costruito per la sua famiglia e per i figli, con tanto sacrificio. Proprio perché tanto composta e silenziosa, la sua sofferenza ti entra nel profondo. L’abbiamo incontrato in una scuola su di una collina che sovrasta il campo, una scuola in cui ogni aula è diventata alloggio per una intera famiglia. Lì abbiamo conosciuto i genitori di uno dei 18 ragazzi massacrati da un missile lanciato appositamente su di un bar del campo. I soldati sapevano che tra i giovani vi era un combattente. Ne hanno ucciso 17 in più…
Non dimentichiamo che chi combatte per liberare la propria terra da un’occupazione brutale che uccide e devasta da decenni è un partigiano, non un terrorista. Questa è la Convenzioni di Ginevra, non un parere qualunque.
Porto con me la compostezza di quella madre e di quel padre… che hanno altri due figli in detenzione amministrativa… quella norma che ti fa arrestare senza accusa e può durare all’infinito. Da ognuno di loro sorrisi, strette di mano, abbracci, tanta umanità in confronto alla volontà di disintegrare ogni vita da parte del sionismo.
L’altra sera, su Al Jazeera English, ho ascoltato la testimonianza di un sopravvissuto al carcere che conferma quanto già dichiarato da tanti prigionieri, agenzie umanitarie ed istituzioni forensi: umiliazioni, percosse, torture, sodomizzazioni, uccisioni. Tutte con tale efferatezza da evidenziare profonde turbe mentali e devianze sessuali dei soldati che eseguono con grande entusiasmo gli ordini dall’alto, soprattutto del ministro della Sicurezza, Itamar Ben-Gvir. Salvo poi, come molti, togliersi la vita o sottoporsi a pesanti terapie psichiatriche.
Prima di terminare con un importante e bellissimo incontro, risparmiandovene tanti altri che ci hanno emozionato, vorrei ricordare che quella che qualcuno si ostina tristemente a chiamare l’unica democrazia del Medio Oriente, in Libano, che per sua sfortuna rientra nel progetto coloniale della grande Israele, il suo democratico esercito ha ucciso, dall’inizio del cessate il fuoco del 2 marzo, 2.715 persone, tra le quali giornalisti, artisti… In Gaza, sempre nel cessate il fuoco, ha ucciso 846 persone, mentre in Cisgiordania i coloni, fortemente coadiuvati dall’esercito, hanno ucciso 1.157 persone e l’esercito continua ad avere come target importante i bambini sparati alla testa o al petto, come Mohammad Rajab, 10 anni, ucciso da un proiettile all’addome il 28 gennaio 2025 a Tulkarem alle 18.10.
Non dimentichiamo a quale governo troppi ministri, tra i quali i nostri, stringono le mani.
E sempre per parlare di democrazia, Israele non lo dice, ma da sempre tutti gli immigrati, soprattutto gli Africani, sono stati considerati sì israeliani, ma di serie C. Invitati a riempire le colonie per scacciare i Palestinesi dalle loro terre, a loro non sono state mantenute le promesse di belle case, lavoro, ecc. Risultato, dopo anni di discriminazione: la nascita di una gang di più di 100 giovani eritrei, la SSQ, ragazzi e ragazze fra gli 11 ai 17 anni che — a loro dire per avere finalmente i loro diritti — rubano denaro, auto, picchiano… uccidono.
Ora che con la fuga di migliaia di israeliani per la politica di guerra infinita di Benjamin Netanyahu ci sarà l’ingresso di 6.000 indiani ebrei Bnei Manashe, saranno anch’essi solo usati per riempire le migliaia di nuove case progettate sulla terra rubata al popolo palestinese?
Per concludere, vi porto a teatro, ad uno che non è solo cultura ed arte, ma storia, voce di un popolo che incredibilmente resiste grazie alla forza insopprimibile della sapersi dalla parte giusta.
È il Freedom Theatre di Jenin, città a nord della Palestina, cuore della resistenza, il cui campo profughi ha visto il maggior numero di vittime uccise dall’esercito.
Fu fondato nel 2006 per generare una resistenza culturale, quindi non armata, ed offrire un’alternativa ai giovani del campo. Attaccato violentemente più volte, è stato chiuso dall’esercito che ha impedito agli artisti di recuperare tutto il preziosissimo materiale scenico e tecnico. Ma è difficile tacitare l’arte, soprattutto se è voce di un popolo che denuncia soprusi e chiede libertà.
Siamo andate a Jenin ed abbiamo vissuto due ore di incanto ascoltando il Direttore Mustafa Sheta nella nuova sede. Uomo del quale non puoi dimenticare il sorriso, la gentilezza… la solidità fisica e morale. Per due volte in carcere, come del resto altri attori del Freedom: umiliazioni, fame, torture, botte continue. Ricorda che il 7 ottobre 2024 lui e gli altri prigionieri erano certi i soldati avrebbero fatto azioni di vendetta. Così fu. Assalti violentissimi nelle celle con ogni arma, i gas, i cani, senza distinzione per gli anziani e i malati. Molti morirono. Ma su questo argomento Mustafa si è soffermato giusto il tempo necessario: con una luce contagiosa negli occhi ha ripreso a spiegarci il loro impegno come teatro itinerante, soprattutto per i bambini, per liberarli dai traumi della pesante occupazione, per parlare di amore che da quello personale si espande all’amore per l’intero popolo e quindi diviene lotta. Tante le collaborazioni con teatri del mondo. In Italia ha forti legami con alcuni artisti e con la grande Luisa Morgantini.
Un fiume in piena, ma una piena che non fa danni, ma ti dà energia, la consapevolezza che certo, “chi lotta può anche perdere, ma chi non lotta ha già perso!” (Che Guevara).
Ora andremo al Sud. Ci attende un impegno importante, assolutamente grate di questa esperienza, di quello che ogni giorno impariamo da questo popolo. Massalama.






