All’Isola Mediterranea di via Cascione, tra gli appuntamenti della 25ª edizione della Fiera del Libro di Imperia, abbiamo incontrato Diego Dalla Palma. Make up artist di fama mondiale, imprenditore, scrittore e volto televisivo, era presente per presentare il suo ultimo libro:”Alfabeto emotivo. In viaggio con la vita”.
“È nato intimo il libro, poi è diventato pubblico – Racconta Dalla Palma al nostro giornale – In realtà non c’è più niente di intimo. Lo scopo è, come per chiunque scriva un libro, uno scopo o narcisistico per se stessi, o terapeutico per se stessi, o liberatorio per se stessi, o di sblocco per le proprie miserie, le proprie lacune, le proprie debolezze e le proprie fragilità.
Ho raccolto tutti i pensieri di questi quarant’anni che scrivevo sulle agende. Ma chi mi ha spinto a scrivere il libro sono state le persone dei social.
Chi mi segue sui social, ai quali ho dato retta e ho fatto male, perché tendenzialmente alle persone che ti seguono sui social, se tu stai male, se tu stai bene, se tu scrivi, se non scrivi, se viaggi o non viaggi, se crepi o non crepi, non gliene frega proprio nulla. Ti dicono cose meravigliose, poi, nell’istante stesso in cui tu senti la necessità di avere accanto delle persone, ti accorgi che sono tutti incolmabili.
Cosa rappresenta per lei la morte? Non mi ha mai rappresentato un tabù perché io ho attraversato un coma quando ero ragazzino e poi, dopo un periodo difficile in cui sono stato assalito ed è stato tentato un omicidio nei miei confronti, ma per fortuna poi sono ritornato a vivere.
Quello credo sia stato un meraviglioso lasciapassare verso un’affascinazione per la morte, perché io ne sono affascinato. Solo che non pensavo mai che, in un tempo in cui sto ancora bene e mi sento a mio agio, la desiderassi senza provare nessun momento di depressione. Non so neanche cosa sia.
Probabilmente, la depressione, gli attacchi di panico e il mal di vivere di mia madre mi hanno fatto capire che la morte a volte è persino necessaria. Tant’è vero che quando è morta mia madre mi sono sentito carico di gioia, quasi di felicità. Mio padre aveva cinque malattie quasi invalidanti, quindi la mia famiglia mi ha lasciato la testimonianza vera, viva, tangibile, che se si sta sulla faccia della terra interpretando qualcosa che si chiama vita, mentre questa vita ti umilia, è assurdo.
Però io vado un po’ oltre. Io ho una visione spirituale della morte. Ho bisogno del dialogo con la morte da quando ho subito quel coma.
Poi qualcuno, qualche imbecille, diceva che io tiro fuori la storia della morte quando ho qualche iniziativa, come ad esempio quella del libro. Sono sciocchezze, perché io sono iscritto all’Exit da tanti anni. Adesso non è che l’associazione Exit mi indica dove e come morire: io so già dove e come, ma è un’interpretazione mia e quindi non ho bisogno di consigli, di suggerimenti.
Ho già un avvocato, ho già un notaio che sa tutto, ho già programmato tutto. Sto bene.
E tornando invece al libro, il libro è una raccolta di centinaia di pillole dove io ti dico: “Caro mio…”. Queste sono frasi, sono quasi tutti aforismi.
Io ho capito tutto questo, anche dove trovi ironia, dove trovi profondità, dove trovi filosofia. Io l’ho capito sbattendoci la faccia, sbattendoci l’anima, sbattendoci il cuore.
Se tu vuoi evitarti questo percorso e questa Via Crucis, forse magari leggi qualche frase di questo libro e puoi evitarlo. Se non è così, non succede niente: ognuno ha un proprio libro e un proprio alfabeto emotivo da scrivere o, perlomeno, ce l’ha dentro la testa”.






