Ci sono interviste che nascono per raccontare una carriera sportiva e altre che, strada facendo, diventano il racconto di una vita. Quella con Ilaria Zampino è una di queste.
Abbiamo incontrato un’atleta, ma anche un’imprenditrice, una donna profondamente legata al suo territorio e una lottatrice che, tra successi, cadute, discriminazioni e una lunga battaglia contro l’endometriosi, ha scelto di trasformare ogni difficoltà in un nuovo punto di partenza.
Ne è nata una conversazione lunga, intensa e sincera. Un’intervista che attraversa lo sport, il turismo outdoor, il Ponente ligure, la salute femminile e la crescita personale. Perché ci sono storie che non possono essere raccontate in poche battute e temi per i quali le parole, a volte, sembrano non essere mai abbastanza.
Come è nata la tua passione per la mountain bike?
La mia passione per la mountain bike è nata quando avevo circa dodici anni. Mio papà è sempre stato la persona con cui ho condiviso lo sport e fu lui a comprare le nostre prime biciclette da cross country.
All’inizio la bici era soprattutto un allenamento estivo, perché praticavo sci alpino agonistico. Nel frattempo però iniziai anche a gareggiare nel cross country, diventando campionessa regionale per diversi anni, in un periodo in cui le ragazze che correvano erano davvero poche.
Con il tempo mi sono resa conto che la mia vera passione era la discesa. Il cross country richiedeva una preparazione fisica molto diversa e, anche a causa delle difficoltà che incontravo già da giovanissima, sentivo che quella non era la mia strada. A vent’anni mi sono regalata la mia prima bici da enduro. Era una bicicletta molto semplice, ma mi ha permesso di iniziare. Poco dopo sono riuscita a comprare la mia prima bici da downhill: è stato lì che è cominciata davvero la mia storia con questa disciplina. Da allora non ho più smesso di pedalare.

C’è stato un momento in cui hai capito che la bici sarebbe diventata molto più di un semplice hobby?
Sì. Avevo ventun anni quando sono stata costretta a lasciare lo sci agonistico a causa di una serie di gravi infortuni. In quel momento ho dovuto abbandonare completamente il mondo dello sci. È stato un colpo durissimo, perché lo sci aveva sempre fatto parte della mia vita.
La mountain bike, invece, ha iniziato a trasformarsi da semplice passione a vero lavoro grazie a due persone fondamentali: Ivan Falvo e Tommaso Salmoni, due amici che conosco da oltre tredici anni. Con loro, a Genova, abbiamo aperto una scuola di mountain bike, quasi per caso. Ivan è stato il primo a credere davvero in me e a coinvolgermi in questo progetto. Da lì tutto ha iniziato a prendere forma. Oggi quella realtà è diventata la Rad School di Genova.
Poi nel 2019 ho deciso di tornare a vivere nella mia terra e di creare qualcosa di simile anche qui. È così che è nata UP&DOWN Freeride, inizialmente come scuola di mountain bike. Nel frattempo lavoravo anche come massaggiatrice sportiva e ho avuto la possibilità di entrare nello staff del team Lapierre Zipp Collective, impegnato nella Coppa del Mondo. È stata un’esperienza incredibile che mi ha permesso di farmi conoscere in tutta Europa.
Grazie alle trasferte, ai contatti internazionali e alla visibilità acquisita, anche UP&DOWN Freeride è cresciuta rapidamente. Da semplice scuola di mountain bike è diventata anche un servizio shuttle che oggi accompagna rider provenienti da tutta Europa: italiani, francesi, inglesi, tedeschi e persino americani.È stato allora che ho capito che la mountain bike non era più soltanto un hobby, ma sarebbe diventata il mio lavoro e il mio progetto di vita.

Quali sono le caratteristiche del Ponente ligure che lo rendono una destinazione interessante per chi ama la mountain bike?
Il Ponente ligure ha caratteristiche davvero uniche. Rispetto a località famosissime come Finale Ligure, che negli anni ha investito tantissimo nello sviluppo della mountain bike, noi abbiamo un patrimonio naturale straordinario che spesso sorprende chi viene a trovarci.
La cosa che colpisce di più i nostri clienti è la possibilità di percorrere sentieri che partono praticamente dal mare e salgono fino a circa 500 metri di quota. È uno scenario spettacolare con percorsi anche molto tecnici: ci sono tante rocce, molte pietre e discese impegnative. Proprio queste caratteristiche li rendono così affascinanti. Nel Ponente ligure abbiamo una quantità incredibile di spot diversi: Molini di Triora, San Romolo, Imperia, Dolceacqua e naturalmente tutto il Golfo Dianese.
La nostra vera fortuna è quella di avere il mare ai piedi della montagna. È un tesoro enorme che, a mio avviso, è ancora poco valorizzato.
Come è cambiato il turismo outdoor negli ultimi anni nel nostro territorio?

È cambiato tantissimo. I sentieri che oggi percorriamo esistono da molto tempo, addirittura da prima che Finale Ligure diventasse un punto di riferimento internazionale per la mountain bike. La differenza è che lì si è scelto di investire sul territorio, mentre qui questa opportunità, per tanti anni, non è stata colta.
È un peccato, perché il nostro territorio ha un potenziale enorme. Spesso, però, sono mancate una visione condivisa e la volontà di lavorare insieme per costruire qualcosa di importante.
Negli ultimi anni, però, qualcosa sta cambiando. I social network ci permettono di promuovere gratuitamente il territorio e io stessa, grazie alle collaborazioni con diversi brand e al mio lavoro come ambassador, ho avuto l’opportunità di portare qui numerosi atleti di Coppa del Mondo.
Sono venuti a girare sui nostri sentieri, hanno realizzato contenuti e, oltre a promuovere la mia attività, hanno fatto conoscere anche il Golfo Dianese.
Ho collaborato anche con riviste specializzate e media internazionali, organizzato shooting fotografici con grandi marchi internazionali. Uno di quelli che ricordo con più piacere è stato il lancio della nuova e-bike da mountain bike di Liv: le fotografie e i video sono stati realizzati tra Diano Marina, Cervo e San Bartolomeo al Mare e sono stati poi presentati in tutto il mondo durante gli eventi internazionali del settore.
Oggi vedo una crescita importante, non solo della mountain bike, ma di tutto il turismo outdoor: trekking, corsa in montagna… Sempre più persone cercano esperienze nella natura. La mia preoccupazione, però, è che questa crescita possa fermarsi se non si inizierà a investire davvero nella manutenzione e nello sviluppo dei sentieri. Chi pratica mountain bike sceglie di tornare in un luogo se trova percorsi curati, sicuri e in continua evoluzione. Se invece i sentieri vengono lasciati a sé stessi, inevitabilmente il turismo si sposta altrove.

La manutenzione richiede competenze, tempo e risorse. Non può essere lasciata esclusivamente al volontariato o alla buona volontà di qualche associazione. Servono professionisti e serve che le amministrazioni comprendano il valore economico che il turismo outdoor può generare.
Inoltre la mountain bike rappresenta una straordinaria opportunità di destagionalizzazione. Noi lavoriamo soprattutto in autunno, inverno e primavera, quando il clima è perfetto per pedalare e il territorio può continuare ad accogliere visitatori anche fuori dalla stagione balneare. Credo che questa sia una delle sfide più importanti per il futuro del nostro territorio.
Qual è il percorso o il luogo a cui sei più affezionata e perché?
La risposta è semplice: casa. Ho avuto la fortuna di pedalare praticamente ovunque. Sono stata in Australia, in Francia, in tantissimi bike park e ho percorso sentieri in molte parti del mondo. Eppure, ogni volta che torno qui, mi rendo conto che il posto in cui mi diverto di più resta il Golfo Dianese.
Gli scenari che abbiamo qui sono unici. La possibilità di partire dal mare e ritrovarsi in pochi minuti immersi nella montagna, con panorami spettacolari, è qualcosa che difficilmente ho ritrovato altrove. Per questo tengo così tanto al nostro territorio. So quanto vale e quanto potrebbe offrire se fosse valorizzato nel modo giusto.
Da atleta, istruttrice e imprenditrice, qual è stata la sfida più difficile che hai dovuto affrontare?

Senza dubbio l’endometriosi. Ancora oggi, quando ne parlo, mi emoziono.Sono una persona competitiva fin da bambina. Ho sempre vissuto lo sport cercando di dare il massimo e, improvvisamente, mi sono ritrovata con una malattia di cui non conoscevo nemmeno l’esistenza.
Per oltre un anno sono stata male. Non riuscivo ad allenarmi, spesso non riuscivo nemmeno a svolgere le attività quotidiane. A un certo punto ho perfino pensato che il problema fossi io, che fosse tutto nella mia testa.
La parte più difficile è stataaccettare che il mio corpo non fosse più quello di prima. Ho dovuto mettere da parte gare, allenamenti e aspettative per imparare a conoscermi di nuovo, rispettando nuovi limiti. È stato un percorso molto duro, ma proprio da lì è nata la volontà di usare la mia voce per aiutare altre donne.
L’endometriosi colpisce una donna su dieci. Siamo tantissime e troppo spesso ci sentiamo sole.Se oggi racconto la mia esperienza è perché nessuna debba più sentirsi isolata come mi sono sentita io.
Essere una donna nel mondo della mountain bike oggi è ancora una sfida?
Sì, lo è. Non tanto dal punto di vista sportivo, quanto da quello imprenditoriale. Negli anni ho cercato di costruire qualcosa di importante per il mio territorio, investendo tempo, energie e passione. Eppure mi sono trovata ad affrontare frasi, giudizi e discriminazioni che non hanno nulla a che vedere con il mio lavoro. La realtà è che tutto quello che ho costruito me lo sono guadagnata lavorando ogni giorno, studiando, facendo sacrifici e dimostrando sul campo la mia professionalità. Ho imparato a non cercare più l’approvazione degli altri. Oggi so che non ho bisogno di nessuno per realizzare i miei progetti. Tutto ciò che ho costruito è frutto del mio lavoro.
Purtroppo capita ancora che, quando parlo o propongo un’idea, qualcuno faccia fatica a prendermi sul serio perché sono una donna. Per questo preferisco rispondere con i fatti. Sono quelli, alla fine, a dimostrare davvero il valore di una persona.
Cosa ti ha insegnato la mountain bike che applichi anche nella vita di tutti i giorni?
Per me la mountain bike è stata una vera medicina. Quando avevo diciotto anni ho subito una violenza. Ne parlo oggi non per cercare pietà, ma perché credo sia importante raccontare la verità. Se nella mia vita non ci fosse stata la bicicletta, probabilmente sarei caduta in una depressione ancora più profonda. La bici mi ha dato uno sfogo. Mi ha permesso di trasformare la rabbia, il dolore e tutto quello che avevo dentro in energia. Mi ha insegnato a credere in me stessa quando io, per prima, avevo smesso di farlo. Per questo, quando è arrivata l’endometriosi e ho rischiato di perdere anche la possibilità di andare in bicicletta, è stato devastante.
Negli anni ho organizzato anche camp con persone che stavano affrontando momenti difficili e vedere come la bicicletta possa restituire fiducia è una delle soddisfazioni più grandi. Credo davvero che la mountain bike insegni una cosa fondamentale: continuare a credere in sé stessi, anche quando sembra impossibile.
Torniamo all’endometriosi, hai scelto di raccontare pubblicamente la tua esperienza. Quando hai deciso di farlo?

Quando mi sono ritrovata bloccata a letto, con dolori così forti da non riuscire nemmeno a muovermi, non sapevo più chi fossi. In quel periodo i social sono diventati un modo per non sentirmi sola. Cercavo testimonianze, cercavo di capire cosa mi stesse succedendo.
Paradossalmente, sono arrivata alla diagnosi quasi grazie ai social. Ed è lì che è nata anche tanta rabbia. Mi sono resa conto che intorno all’endometriosi esiste ancora una grandissima ignoranza. È una malattia di cui si parla poco e che spesso porta con sé un senso di vergogna. Molte donne finiscono per sentirsi “sbagliate”, meno donne, quasi colpevoli di qualcosa che non dipende da loro.
Io questa vergogna non la voglio più vivere. Per questo ho deciso di raccontare la mia storia. Non siamo sole. Se con la mia esperienza posso regalare un sorriso, una speranza o spingere qualcuno a chiedere una diagnosi prima, allora tutto questo ha un senso. Ogni giorno con questa malattia è diverso. Ogni giorno è un’incognita. Il mio desiderio è che, in futuro, tutte noi possiamo vivere con maggiore serenità.
Quanto è stato importante lo sport nel tuo percorso personale e nella gestione della malattia?
Lo sport è stato fondamentale. La gestione dell’endometriosi è stata terribile perché, dentro di me, non volevo arrendermi. Molte volte terminavo gli allenamenti con crampi fortissimi ed emorragie, ma non riuscivo a rinunciare alla bicicletta. Continuare a pedalare mi ha permesso di mantenere un equilibrio mentale ed emotivo. Per me nessun altro sport avrebbe avuto lo stesso significato.
La bici mi ricorda ogni giorno che posso ancora credere in me stessa.
In questi anni ho imparato a riconoscermi di nuovo, a rispettare il mio corpo e ad accettare che la forza non significa ignorare i propri limiti, ma trovare il modo di convivere con essi. Per questo il Campionato Italiano di downhill che correrò a luglio rappresenta qualcosa di speciale. È un sogno che, fino a poco tempo fa, pensavo fosse impossibile. Ancora oggi faccio fatica a credere che sarò lì sulla linea di partenza. Non so come andrà la gara, ma esserci è già una vittoria che porterò sempre nel cuore.
Cosa vorresti dire alle donne che stanno affrontando una situazione simile alla tua?
Vorrei dire loro di non mollare mai. Di non abbandonare i propri sogni e di non rinunciare a ciò che le rende felici. Meritiamo di vivere una vita piena, anche se il nostro equilibrio sarà diverso da quello delle altre persone.
Non è facile, lo so bene, ma è importante circondarsi di persone sane, che non giudichino e che non facciano sentire diverse. Purtroppo viviamo ancora un enorme gender gap sanitario. Per l’endometriosi non esiste ancora una cura definitiva e proprio per questo è fondamentale continuare a parlarne, sostenersi e pretendere maggiore attenzione dalla medicina e dalla società.



Quali progetti hai in cantiere per il futuro?
Il primo obiettivo è il Campionato Italiano di downhill, che si correrà il 18 e 19 luglio a Prali, nella categoria Amatori. Per me non è soltanto una gara. È il simbolo di un percorso personale molto difficile, che mi ha portata a rimettermi in gioco dopo la malattia.
L’altro grande progetto riguarda il nostro territorio. Vorrei continuare a lavorare per far crescere il Golfo Dianese come destinazione di riferimento per la mountain bike e per tutto il turismo outdoor. Credo tantissimo nella destagionalizzazione e sono convinta che questo territorio abbia tutte le caratteristiche per attrarre visitatori durante gran parte dell’anno.
E poi, guardando ancora più avanti, c’è un sogno personale: costruire una famiglia e trasmettere alle persone che avrò accanto tutto l’amore che provo per la natura, per lo sport e per la vita.
C’è un sogno che non hai ancora realizzato?
Sì, in realtà ce ne sono due. Il primo è andare a Whistler, in Canada, che rappresenta la vera mecca mondiale della mountain bike. È un luogo che sogno da sempre e vorrei poter affrontare almeno una delle piste che porto nel cuore.
Il secondo è indossare la maglia tricolore ai Campionati Italiani. Sarebbe una rivincita personale enorme. Dopo tutto quello che ho attraversato, poter appendere quella maglia a casa avrebbe per me un valore che va ben oltre il risultato sportivo.
Tutti vedono i risultati, le gare e i successi. Qual è invece un aspetto della tua storia che poche persone conoscono?

Negli anni ho smesso di identificarmi con i risultati. Una frase di Isabeau Courdurier mi ha accompagnata molto: “Non siamo i nostri tempi e non siamo le nostre vittorie.”Credo sia profondamente vera.
Il nostro valore non si misura da un cronometro o da una classifica, ma da ciò che siamo come persone. Ogni giorno possiamo vincere, semplicemente vivendo la nostra vita nel modo in cui desideriamo e raggiungendo i piccoli obiettivi che ci siamo dati.
Forse la cosa che poche persone conoscono di me è proprio questa. Molti mi vedono sempre sorridente, piena di energia e positiva.
Cerco di trasmettere serenità perché credo che il sorriso possa fare bene anche agli altri. Quello che non tutti sanno è che dietro quel sorriso ci sono stati anche tanta tristezza, momenti di depressione e un lungo percorso di crescita personale.
Oggi, però,ringrazio la vita anche per quelle difficoltà. Sono state proprio quelle esperienze a spingermi a lavorare profondamente su me stessa e a diventare la persona che sono oggi. Ringrazio immensamente la mia famiglia, mia nonna Tina e nonno Enrico, che purtroppo non ci sono più, per l’amore che mi hanno dato, a mio papà che mi ha insegnato a non mollare mai e a mia mamma che mi ha insegnato la tolleranza. E infine all’uomo che da quando l’ho incontrato mi ha dato supporto e forza per credere fino in fondo in questi progetti. Ho ancora tantissimo da imparare. Ma so di essere molto più forte rispetto a qualche anno fa.
E soprattutto mi sono liberata da quel giudizio costante che troppo spesso noi donne ci imponiamo. Siamo cresciute credendo nelle favole, aspettando che qualcuno ci salvasse o ci completasse. Io oggi penso che l’amore più importante sia quello verso se stesse. Solo quando impariamo davvero ad amarci possiamo accogliere anche tutto il resto.
A cura di Selena Marvaldi






