A poche settimane dall’inaugurazione della pista ciclopedonale che collega Imperia a Diano Marina, arriva anche il commento di Gabriella Badano, responsabile di VerdiEuropa Imperia, che in una nota ripercorre la storia di quella che un tempo era chiamata “l’incompiuta”.
Badano rivendica il ruolo di quei “cittadini visionari“, ricordando le battaglie ambientaliste degli anni ’80 e ’90 che portarono alla rinuncia definitiva al transito veicolare su quel tratto di costa.
Nella nota, la Badano ricostruisce il percorso che portò comitati di cittadini, associazioni ambientaliste e semplici residenti a opporsi al progetto stradale, in quella che definisce “uno dei primissimi ed esemplari casi di mobilità ecologista e mobilitazione popolare dal basso nel ponente ligure”.
Va ricordato che, soprattutto nel tratto imperiese, oggi è comunque possibile il transito, su una corsia dedicata, di auto elettriche, moto e motocicli, per un breve tratto fino ad alcuni parcheggi realizzati proprio lungo l’ex Incompiuta.
Quei “cittadini visionari” che hanno sognato e sfidato l’impossibile
Vorrei condividere la soddisfazione e l’orgoglio per l’apertura della IM-compiuta, restituita a imperiesi e turisti, riqualificata e inserita nell’ambizioso progetto della Ciclovia Tirrenica (la parte da Ospedaletti ad Andora già realizzata), ricordando quei “cittadini visionari” che, per primi, credettero a questo sogno e sfidarono l’impossibile, per renderlo possibile.
Un luogo incantevole, una bellezza naturalistica e paesaggistica unica, un balcone naturale a picco sul mare, a contatto immediato con lo iodio e il rumore delle onde. Si cammina o si pedala avendo da un lato la maestosa parete rocciosa di Capo Berta e dall’altro il blu del Mar Ligure e lo Scoglio della Galeazza, paesaggio amatissimo dai bagnanti d’estate, spettacolare durante le mareggiate invernali.
Un risultato storico, certamente, ottenuto con l’intervento di molti: amministratori, progettisti, imprese, ma le cui premesse indispensabili furono messe da quei numerosissimi cittadini che, negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, iniziarono quel percorso che è giunto a questo splendido risultato.
Molti che oggi godono di questo stupendo luogo non erano ancora nati, molti non ricordano, ma negli anni ’80 e prima quel tratto di strada era stato realizzato per il transito veicolare con investimenti significativi e fu solo grazie all’azione determinata di comitati spontanei di cittadini, di associazioni ambientaliste nascenti, di una galassia eterogenea che univa, per la prima volta, anime diverse della società civile imperiese e dianese, che si evitò quello che oggi ricorderemmo come un disastro urbanistico e paesaggistico. Quella battaglia rappresenta uno dei primissimi ed esemplari casi di mobilità ecologista e mobilitazione popolare dal basso nel Ponente ligure.
Ognuno diede il proprio contributo: I comitati spontanei di cittadini, nati da assemblee locali composte da residenti, ma soprattutto da fruitori quotidiani della strada, camminatori, famiglie che avevano già iniziato a usare la litoranea come un’isola pedonale di fatto; le prime sezioni di Legambiente, i Verdi nascenti; associazioni sportive, gruppi di podisti e amanti del trekking urbano che vedevano nella litoranea l’unico spazio pianeggiante sicuro e speculare al mare di tutto il comprensorio.
Architetti, geologi e medici del territorio si unirono alla protesta offrendo competenze tecniche gratuite per smontare le tesi dei sostenitori dell’apertura stradale.
Le azioni svolte da quel movimento ottennero un risultato storico. La protesta simbolica e pacifica sul campo, le Marce domenicali del Mare, camminate collettive e manifestazioni pacifiche lungo i 4 km della strada, i banchetti nei mercati settimanali di Imperia e di Diano Marina con la raccolta di migliaia di firme per chiedere la modifica permanente della destinazione d’uso della strada, la manutenzione dal basso: i membri dei comitati si armavano periodicamente di pale e scope per rimuovere manualmente i detriti caduti dalle prime piogge, mantenendo la strada accessibile ai pedoni e dimostrando che la cittadinanza si faceva carico della sua tutela.
Accanto alle azioni di movimento si elaborò una controinformazione tecnica e una pressione legale; si produssero dossier e relazioni geologiche indipendenti che dimostravano come le vibrazioni causate dal traffico pesante e leggero avrebbero accelerato il collasso della falesia e che le soluzioni individuate – le famose gallerie paramassi – fossero inutili e con costi esorbitanti.
A ciò si aggiunse la denuncia dei rischi e dell’enorme spreco di denaro pubblico, già avvenuto.
Anche il Consiglio comunale di Imperia si divise allora sull’opera: l’allora maggioranza di centrodestra sosteneva l’apertura veicolare, motivandola con la necessità di una viabilità alternativa e con il ritorno economico delle centinaia di milioni già spesi. L’arma più efficace di chi si opponeva furono le perizie geologiche portate in aula, che dimostravano l’impossibilità di garantire l’incolumità degli automobilisti senza spendere cifre astronomiche, superiori al miliardo di lire dell’epoca.
I Verdi portarono in Consiglio una visione urbanistica allora d’avanguardia: l’Incompiuta non era un’opera fallita, ma una risorsa naturalistica straordinaria, e furono i primi a spostare lo sguardo dalla terra al mare: il tratto di mare antistante l’Incompiuta è caratterizzato da fondali di grandissimo pregio naturalistico, è un Sito di Interesse Comunitario (S.I.C.).
La parola fine al dibattito automobilistico arrivò nel 1994, quando i sindaci di Imperia e Diano Marina ratificarono la rinuncia definitiva alle auto, autorizzando i primi lavori per una piccola pista ciclabile rudimentale e la pedonalizzazione ufficiale. Senza quella formale e coraggiosa rinuncia alle auto, ratificata dalle amministrazioni, l’Incompiuta sarebbe rimasta un cantiere transennato e pericoloso per altri decenni. Da quel momento in poi il focus fu solo su come trovare i fondi per metterla in sicurezza per i pedoni.
Certamente a questo risultato concorsero altri elementi, oltre all’iter richiamato, primo tra tutti l’instabilità della falesia di Capo Berta, composta da rocce friabili e argillose, fortemente soggette all’erosione marina e alle infiltrazioni d’acqua. Salvò poi la strada dal totale abbandono il ruolo infrastrutturale che assunse, vitale ma invisibile, o quasi: sotto il suo sedime stradale venne fatto passare il tubo del raddoppio dell’acquedotto del Roja.
Questa sintetica ricostruzione della storia di questa splendida opera realizzata non è per rivendicare primogeniture o voler sempre fare i primi della classe; è solo per richiamare l’impegno collettivo di tanti diversi cittadini che nelle numerose cronache non sono mai stati ricordati e per sottolineare che “un altro mondo è possibile” non è uno slogan ideologico, ma pratica quotidiana collettiva di parole e azioni“.






