“Riforma della giustizia: basta davvero o si poteva fare di più?”: a porsi la domanda è il consigliere comunale imperiese Luciano Zarbano di Imperia senza padroni. Che in una nota esprime le sue riflessioni sul tema.
Le riflessioni del consigliere Luciano Zarbano
Il prossimo 22 e 23 marzo si terrà il referendum sulla giustizia. Ma anche se vincerà il SI, sarà davvero sufficiente per rendere una giustizia più rapida, che garantisca una reale parità tra accusa e difesa nel processo penale? Un punto fondamentale è questo: la durata eccessiva delle indagini preliminari è già di per sé una forma di condanna. Restare indagati per anni significa subire un danno personale, professionale, sociale ed economico anche se poi si viene assolti.
Per una riforma davvero completa, sarebbe necessario modificare l’articolo 124 del codice di procedura penale, introducendo un principio semplice ma decisivo: tutti i termini del processo devono essere perentori per tutte le parti, senza eccezioni e senza deroghe. Questo obbligherebbe ogni attore del processo a rispettare rigorosamente le scadenze. In particolare, la durata delle indagini preliminari dovrebbe essere sempre rispettata.
In questo quadro si inserisce anche il ruolo della Polizia Giudiziaria. Se fosse resa davvero autonoma – come avveniva nel vecchio codice di procedura penale – potrebbe contribuire in modo decisivo a rendere le indagini più rapide, efficienti e, con ogni probabilità, anche imparziali senza dipendere costantemente dalle direttive del Pubblico Ministero. Va ricordato che la polizia giudiziaria opera all’interno di strutture gerarchiche di controllo, che già oggi evitano abusi ed arbitri. Una maggiore autonomia investigativa porterebbe quindi a una giustizia più veloce, più imparziale, meno esposta a condizionamenti politici, meno strumentalizzabile nella durata e nella qualità delle indagini.
Se poi si rafforzasse ulteriormente la possibilità per la polizia giudiziaria di svolgere indagini di iniziativa, l’efficienza del sistema migliorerebbe ancora di più, senza sacrificare le garanzie difensive. Infine, un altro punto decisivo: la violazione dei termini perentori deve avere conseguenze reali. Così come un avvocato che non rispetta un termine risponde civilmente dei danni arrecati al cliente, allo stesso modo il magistrato che viola i termini dovrebbe rispondere davanti alla nuova corte disciplinare, civilmente verso il cittadino danneggiato ed eventualmente anche penalmente nei casi più gravi. Solo così il rispetto dei tempi diventerebbe un obbligo vero, e non una semplice raccomandazione.
Il referendum è un primo passo, ma da solo non basta. Senza termini davvero perentori, responsabilità effettive e una polizia giudiziaria più autonoma, la giustizia continuerà a essere lenta, squilibrata e ingiusta per chi la subisce. Una riforma vera deve garantire tempi certi, parità tra accusa e difesa e responsabilità per chi sbaglia. Tutto il resto rischia di essere solo una riforma a metà.
C.S.






