30 Aprile 2026 07:55

Tra Imperia e Genova, tre giovani autori uniscono le loro voci e danno vita a “La Foresta”, il romanzo del collettivo Granville per Battello a Vapore / L’intervista

Ci sono storie che nascono da un’idea. E poi ci sono storie che nascono da incontri, percorsi condivisi, anni di studio e di tentativi, di intuizioni che si intrecciano fino a trovare una voce comune. È il caso di Alessio Arbustini, Nicolò Belmonte e Sara De Martino, tre giovani autori liguri, due dei quali imperiesi, che hanno trasformato un legame nato tra i banchi della Scuola Holden di Torino in un progetto narrativo concreto, ambizioso, capace di prendere forma nel tempo.

Ognuno con il proprio percorso: dalla psicologia alla filosofia, fino al cinema e alla regia, tutti accomunati da una profonda formazione nella scrittura e dallo stesso desiderio di raccontare. Un cammino fatto di confronto continuo, di lavoro condiviso e di una visione che, passo dopo passo, è diventata sempre più definita.

Da questa unione nasce La Foresta, primo romanzo del loro collettivo chiamato Granville, in libreria dal 31 marzo per Il Battello a Vapore. Un traguardo importante, che racconta non solo la nascita di un libro, ma anche quella di una voce unanime. Perché quando giovani talenti del territorio riescono a emergere, portando con sé un immaginario così costruito e consapevole, non è mai solo una storia individuale: è il segno di qualcosa che cresce, prende forma e trova spazio.

Partiamo dall’inizio: come nasce Granville?

Sara: «Granville nasce ufficialmente nel 2023, ma in realtà ci conosciamo da molto prima. Tutti e tre abbiamo fatto la Holden, però in percorsi diversi, quindi all’inizio non ci frequentavamo davvero. Ci siamo incrociati durante una delle attività tipiche della scuola, quelle esperienze immersive in cui ti chiedono di vivere qualcosa per poterlo raccontare. In quel caso si chiamava Trono di Sangue, immersione nella violenza: ci hanno portati in un mattatoio e abbiamo seguito tutto il processo degli animali. Non ci siamo rivolti la parola.»

Nicolò: «Tipico ligure»

Sara: «Esatto, liguri. Fine. Poi però ci ritroviamo insieme durante una partita di paintball. Io ero super presa, competitiva, vengo colpita e loro due mi salvano. Da lì iniziamo a parlarci, a incrociarci sempre più spesso e poco prima del Covid cominciamo a lavorare davvero insieme. Da lì sono passati cinque o sei anni.»

La Foresta” ha le sue radici in un’idea precisa o da qualcosa che si è costruito nel tempo?

Nicolò: «È nato da tante piccole cose: un personaggio, una situazione, un’immagine. Non c’è stata un’idea unica da cui è partito tutto. Sapevamo però che volevamo raccontare una storia fantasy, distopica, che fosse anche molto leggibile, avventurosa, “golosa”. E siamo partiti da una domanda: cosa succede dopo la scomparsa dell’essere umano? Per noi è quasi impossibile immaginarlo, ma in realtà il mondo non sarebbe vuoto, gli animali continuerebbero a esistere.»

Sara: «E soprattutto continuerebbero a evolvere.»

Nicolò: «Esatto. “In un mondo senza umani qualcosa dell’umanità è rimasto, è filtrato. Gli animali non sono antropomorfi, ma hanno sviluppato un’intelligenza più complessa, parlano nelle loro lingue, costruiscono alleanze, strutture sociali, gerarchie. Si creano gruppi di potere che devono fare i conti con l’assenza dell’uomo.»

Che tipo di mondo avete costruito?

Nicolò: «Seguiamo la Tana, un regno sotterraneo fatto di gallerie, abitato da piccoli animali e governato dal Re dei Ratti, il Rattenkönig, che sono sei ratti legati per la coda. È un cattivo perfetto. Dentro questo mondo seguiamo una topina, suo figlio – l’unico sopravvissuto al parto – e i suoi amici, una ratta e una talpa. Tutto parte da un’estrazione: cento cuccioli vengono scelti per andare a vivere con i canarini, che sono considerati sacri perché un tempo vivevano con gli esseri umani, visti ora come divinità.»

Ci sono anche elementi molto forti legati al rapporto con l’essere umano.

Nicolò: «Sì, per esempio i cani. Sono forse l’animale in cui si vede di più il rapporto con l’uomo: senza di lui impazziscono, diventano una forza disperata, rabbiosa, che vaga per le praterie, tenuta in vita dal dolore della separazione.»

Il libro è molto cupo, a tratti anche crudele. È una scelta voluta?

Nicolò: «Sì, anche per una questione di gusto e di tempo. Io sono un grande fan dell’horror, sia cinema che libri. Serie come Il Trono di Spade hanno mostrato che si può raccontare una storia in modo più realistico, dove le cose possono andare male. È un tipo di narrazione che oggi ci appartiene.»

Sara: «Io invece avevo una passione per l’horror da ragazzina, poi l’ho un po’ abbandonata. L’ho riscoperta scrivendo questo libro, perché la mia linea narrativa mi portava proprio lì, nella parte più oscura, più disperata. È stato quasi un bagno nel male, molto liberatorio. E c’è un personaggio in particolare, un cattivo per eccellenza, che ho amato scrivere, mi ha proprio gasata.»

Alessio: «Io ho meno la vena dark, ma più una componente grottesca. Mi interessa l’orrore della burocrazia, delle gerarchie, del “si è sempre fatto così”. I personaggi sono intrappolati in meccanismi più grandi di loro, ed è un orrore molto concreto.»

Sara: «Alessio ha portato anche tutta una riflessione filosofica sulla rassegnazione, sulla desolazione.»

I vostri personaggi quanto hanno di voi?

Nicolò: «“Io ho seguito la topina Lisbeth, una madre troppo apprensiva. Non essendo io padre, ho cercato di approcciare il personaggio dalla prospettiva del figlio.»

Alessio: «Astrid è molto diretta, brusca, spiccia, non ha problemi a usare la forza, ma è anche profondamente altruista. Claude invece è l’opposto: non vuole disturbare, però sotto sotto potrebbe fare qualsiasi cosa.»

Sara: «Io mi riconosco in Astrid, perché affronta le cose di petto. Con Ves, di cui ho seguito il filone narrativo, invece ho fatto più fatica: è insicuro, paralizzato. Poi però ho capito che la paura… di non essere abbastanza, in realtà, è qualcosa che conosco. Solo che lui ha tempi molto più lunghi di trasformazione. Ho dovuto rispettarli, non potevo forzarlo. Non potevo dirgli “ok, adesso cambia”. Ho dovuto aspettare che succedesse qualcosa. A un certo punto scrivi e il personaggio inizia a vivere da solo..»

Alessio: «Claude invece non c’era all’inizio.»

Sara: «No, è comparso dopo.»

Alessio: «E ha preso possesso della storia.» (ridono n.d.r.)

Come avete scritto a sei mani?

Nicolò: «Di solito nei libri scritti in gruppo uno scrive e gli altri aiutano. Noi invece ci siamo divisi le linee narrative»

Alessio: «E a un certo punto abbiamo iniziato a usare i modi di dire degli altri. Il testo si è unificato quasi da solo.»

Sara: «Scrivere è un atto solitario, però noi ci siamo confrontati tantissimo. Ci vedevamo spesso, avevamo un posto nostro, una specie di covo in mezzo alla natura. Le riletture ad alta voce sono state fondamentali: volevamo che non si sentissero le “penne”. Abbiamo consegnato un testo già molto lavorato.»

Alessio: «Anche perché volevamo che fosse insindacabile.»

Quanto è stata “rigida” la struttura della storia? E quanto invece si è trasformata scrivendo?

Alessio: «La scaletta era molto precisa, sapevamo bene cosa doveva succedere.»

Sara: «Sì, eravamo molto allineati, anche sui twist e sui rapporti tra i personaggi. Se capivamo che c’era qualcosa da modificare, facevamo riunioni. Perché, anche con una struttura così chiara, alcune cose si muovono sempre mentre scrivi.»

Alessio: «I capitoli sono alternati, ma ci sono legami narrativi continui tra le varie parti. Avendo concordato tutto bene, ci siamo rispettati molto. È stato un lavoro molto pulito.»

Nicolò: «Le difficoltà ci sono state sugli snodi narrativi perché all’inizio avevamo in mente un libro da 500 pagine… Poi siamo scesi a 300.»

Sara: «E quindi per forza alcuni personaggi sono scomparsi. Però…»

Alessio: «Chissà.»

Quanto è importante il realismo biologico nel vostro mondo?

Alessio: «Volevamo essere coerenti con biologia e fisiologia degli animali.»

Nicolò: «E quello che sembrava un limite è diventato uno strumento narrativo. Ad esempio: un topo non può parlare con un cinghiale. Allora abbiamo introdotto la ghiandaia, che imita tutti i suoni e fa da traduttrice. Anche sul piano sensoriale siamo rimasti molto fedeli: Claude, la talpa, è praticamente cieco.»

Che ruolo ha avuto l’illustratore Paolo Domeniconi?

Sara: «È stato fondamentale. Nei suoi libri precedenti, di solito, usava un approccio più simbolico, a tratti antropomorfo. Con La Foresta, invece, ha fatto un lavoro molto preciso e realistico. Si è studiato documentari, enciclopedie, per rappresentare gli animali nel modo più corretto possibile.»

Nicolò: «Ha lavorato molto sull’espressività.»

Alessio: «E anche la palette, in bianco e nero, contribuisce a quella sensazione cupa. Anche la copertina a colori segue questa linea.»

È un libro per ragazzi o per adulti?

Sara: «Io non credo nella distinzione. Noi abbiamo scritto il libro che volevamo scrivere, poi sono gli editori a decidere dove metterlo. La sfida era fare una storia che funzionasse su più livelli: come avventura, ma anche come lettura politica, filosofica. Non ci interessa raccontare bugie, soprattutto ai ragazzi. Anzi, pensiamo che sia importante dare strumenti per interrogarsi su quello che succede nel mondo.»

Ci sono riferimenti o influenze?

Sara: «Le abbiamo riconosciute anche dopo: 1984, La fattoria degli animali

Nicolò: «Anche Brisby e il segreto di NIMH

Alessio: «La collina dei conigli, anche se è quasi inevitabile citarlo.»

Sara: «E poi c’è anche uno spirito da “ragazzi che si trovano in qualcosa di più grande di loro”.»

Alessio: «Un po’ Stand by Me, un po’ Goonies

Ultima domanda: cosa resta, alla fine, de “La Foresta”?

Nicolò: «L’idea che anche senza l’essere umano il mondo non si ferma.»

Sara: «E che qualcosa resta comunque.»

Alessio: «Nel bene e nel male.»

A cura di Selena Marvaldi

🔔 Resta sempre aggiornato! Iscriviti al nostro canale Telegram

📢 Hai una segnalazione? Scrivici a redazione@imperiapost.it o inviaci un messaggio su WhatsApp

📲 Seguici sui social! Non perderti le ultime news su:
Instagram Facebook TikTok YouTube

🎯 Vuoi far crescere il tuo business? Per la tua pubblicità contattaci su marketing@imperiapost.it

Condividi questo articolo: