“Il punto non è soltanto rinviare o rimodulare il canone. Il vero problema è capire se quel contratto fosse stato costruito bene fin dall’inizio”. Lo dichiara il Consigliere Comunale di Minoranza Luciano Zarbano, intervenendo sul rapporto tra Comune di Imperia e Marina di Imperia, società interamente partecipata dal Comune.
“Marina di Imperia non è un privato esterno: è una società comunale al 100%. Per questo prevedere un canone fisso annuo di circa 2 milioni di euro come se fosse un privato e senza un adeguato meccanismo di salvaguardia, appare una scelta contrattuale discutibile. Se la società non riesce a sostenerlo, il problema non resta dentro Marina: torna al Comune e quindi alla città”.
Secondo Zarbano, il porto deve certamente produrre valore pubblico, ma il modo scelto per farlo rischia di essere fragile.
“Non si doveva scegliere tra canone o niente. Si poteva costruire un modello più prudente: un canone base sostenibile, una quota variabile legata ai ricavi effettivi, eventuale distribuzione degli utili e clausole di riequilibrio collegate all’effettiva entrata a regime del porto”.
Per il consigliere la criticità è ancora più evidente se il modello gestionale cambia rispetto alle previsioni originarie.
“Un contratto di questa durata non può basarsi su previsioni rigide se poi il mercato, gli incassi e la gestione cambiano. Prima di assumere nuove decisioni serve un PEF aggiornato, credibile e asseverato, che dica chiaramente se Marina può sostenere il canone, gli investimenti e la gestione ordinaria”. Peccato che ad oggi non vi è alcuna traccia dell’esistenza del Piano Economico Finanziario.
Zarbano conclude: “Il rischio è che il Comune abbia scritto sulla carta un’entrata importante, ma costruita su basi non abbastanza solide. La domanda è semplice: questo contratto tutela davvero l’interesse pubblico o è nato già con un’impostazione sbagliata?”






