Dopo l’incontro di questo pomeriggio a Palazzo Civico con il sindaco di Imperia, Claudio Scajola, il generale Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale, si è spostato alla Spianata, al Koko Beach, per il comizio conclusivo della sua tappa imperiese.
L’appuntamento è stato accompagnato da momenti di tensione
Ad accoglierlo un pubblico numeroso e festante, fatto anche di giovanissimi (a cui però è stato precluso l’ingresso). Tra un selfie e una foto di gruppo diversi sostenitori hanno cavalcato lo slancio esibendo saluti romani e inneggiando al duce.
Sul fronte opposto, circa duecento manifestanti appartenenti a gruppi e realtà della sinistra hanno dato vita a una contestazione pacifica con cori e slogan contro il fascismo. La protesta ha coinvolto anche lo specchio d’acqua davanti alla discoteca: sugli scogli, infatti, sono comparsi due contestatori in costume da bagno con uno striscione recante la scritta “Bona Nè“, espressione utilizzata come riferimento ironico e provocatorio nei confronti dell’iniziativa.
L’incontro di Vannacci e le contestazioni sono stati costantemente monitorati dalle Forze dell’Ordine, Polizia, Carabinieri e Polizia Locale.
Prima di salire sul palco per il suo intervento, Vannacci ha risposto alle domande dei giornalisti
Tra i temi trattati, nuovamente, l’incontro a Palazzo Civico con il sindaco Scajola. Poi una riflessione sui tanti giovani presenti: “Vannacci è un punto di riferimento – dice di sé, in terza persona –. Vannacci dà ai giovani un punto di riferimento che ormai i giovani hanno perso. Ma lei capisce quando parla Schlein? – si rivolge a un giornalista – Io ho delle grosse difficoltà. Secondo lei un giovane la capisce? Un giovane capisce quando parla Conte? O quando parla Bonelli? Secondo me no. Però capiscono Vannacci. Vannacci dice delle cose concrete. Vannacci è la voce del buon senso. Tutti se la prendono con Vannacci, ma dice quello che pensano la maggior parte degli italiani e che hanno paura di dire”.
Sui temi della serata il generale aggiunge: “Vediamo un attimo quali sono anche le richieste del pubblico. Noi in genere ci basiamo anche su quello che vuole sapere chi viene ad assistere a questo evento. Io in genere non mi sottraggo mai dal rispondere a tutte le domande che mi vengono fatte. Solo quando non sono in grado di farlo dico: ‘Fatemi informare’, perché magari non ho la capacità di rispondere a quello che mi viene chiesto”.
Sui manifestanti a pochi metri da lì Vannacci commenta: “Ma cosa vogliono? Un aumento di salario? Uno manifesta perché vuole qualcosa. Quindi loro cosa si sarebbero aspettati? Per farli smettere di manifestare cosa bisognerebbe fare? Me ne dovrei andare via? Quindi loro mi vorrebbero cacciare da un evento pubblico in cui la gente viene volontariamente. Le posizioni si contestano con un’argomentazione, non cacciando e non permettendo a qualcuno di esprimersi, perché sembrerebbe che la richiesta è che io me ne vada”.
Le contestazioni, gli viene detto, riguardano anche la questione della remigrazione e “il discorso di atteggiamenti che possono ricordare il fascismo o tendere al fascismo“. Su questo punto il generale ribatte: “E quindi?” abbozzando un sorriso, senza negare. “E quindi? Vengano ad argomentare e a proporre qualcosa di diverso, che sia magari più attrattivo per tutta questa gente che c’è qua, invece che manifestare là in maniera totalmente inutile”.
Alla successiva domanda, se sia giusto che le sue politiche ricordino o tendano al fascismo sottolinea di non averlo detto direttamente. Sui saluti romani e gli inneggiamenti al duce (ripresi in foto e in video), il generale dice di non averli visti. Poi – al tempo stesso – dice di aver chiesto loro di smetterla.
Da lì scatta il Vannacci show, anche a discapito del cronista di Imperiapost, non saremo certo noi a negare di avergli regalato un assist. Anche se le argomentazioni, evidentemente, sono quelle che sono. Ma il giubilo dei presenti va registrato.
Quindi lei è contrario al fatto che si facciano questo tipo di esternazioni?
“Nessuno mi ha mai visto fare un saluto romano“.
Le chiedo se è contrario al fatto che gli altri lo facciano.
“Non in questa sede. Qua sono venuto io come futuro nazionale, non rappresento chi fa i saluti romani e quindi ho detto semplicemente di smetterla di fare quelle cose”.
Non vuole porre una distanza?
“Tra chi?“
Tra lei e il fascismo.
“Ci sono 82 anni di distanza. Non basta?“
Non è questione di 82 anni.
“E qual è la questione? Se non è quella degli 82 anni, qual è la questione?“
Sono politiche che assomigliano molto a queste, tipo la deportazione di massa.
“Qual è la deportazione di massa che io propongo?“
Nasce quindi una discussione sulla differenza tra remigrazione e deportazione. Prendere delle persone in maniera coatta e portarle da un’altra parte contro la loro volontà, secondo noi, è deportazione.
“Non è questa la definizione di deportazione. È prendere delle persone, una o più persone, e trasportarle in maniera coatta lontano dalla propria patria o dal loro luogo di normale residenza. Li vogliamo riportare a casa! [grida, ndr] Li vogliamo portare a casa! Sono qua illegalmente! Non è questo perché sono qua illegalmente!“
Da qui lo show si intensifica, tra un ricordo dell’intervista con la Gruber e affermazioni secondo cui gli immigrati in Italia sarebbero all’80% irregolari. Poi Vannacci ha iniziato a elencare gli immigrati che entrano regolarmente ma delinquono e un sondaggio francese che “sostiene ci sono il 50% dei giovani di seconda e terza generazione che invece vorrebbero l’applicazione della Sharia. E guarda caso vengono dagli stessi Paesi da cui vengono i nostri immigrati: dal Nord Africa e dal Medio Oriente“.
L’obiezione che la Francia sia un paese diverso, con altre dinamiche di immigrazione non lo convince. “Perché mi dice che la stessa cosa non può essere trasposta da noi? E poi ho fatto solo un esempio“.
Perché stiamo parlando di Paesi diversi che hanno una realtà di immigrazione che è differente.
“Ma io parlo esattamente per eventualità – corregge il tiro -. Qualora ci fossero degli immigrati che volessero l’imposizione della Sharia, o imporci di non mangiare il maiale nelle nostre mense, o imporci di togliere il crocifisso dalle nostre aule, o imporci il muezzin che canta al mattino, sono culture che non sono compatibili con la nostra e, se non vogliono mangiare il maiale nelle mense scolastiche, se ne vanno a casa loro“.
La folla scoppia in un’ovazione. Un’artista della retorica, indubbiamente. Alziamo il cappello. Sui contenuti ci permettiamo di sollevare un sopracciglio.
A cura di Matteo Cantagallo e Alessandro Moschi






