Le immagini delle persone che cercano di raggiungere Ceuta, enclave spagnola sulla costa nordafricana, riportano al centro del dibattito il tema delle migrazioni, delle frontiere e delle ragioni che spingono uomini e donne ad affrontare viaggi nei quali, spesso, mettono a rischio la propria vita.
Ma cosa significa partire? Quanto c’è realmente di “scelta” nell’abbandonare il proprio Paese? E cosa succede una volta raggiunta l’Europa?
Ne abbiamo parlato con Djibril Fofana, originario del Mali e residente a Imperia da dieci anni. La sua non è la storia di chi ha attraversato la frontiera di Ceuta, ma quella di chi la migrazione l’ha vissuta in prima persona e oggi la osserva anche da un’altra prospettiva: quella di chi lavora nell’accoglienza.
Fofana è arrivato in Italia nel 2016. Oggi studia Scienze internazionali e diplomatiche all’Università di Genova e lavora come mediatore linguistico e culturale per la stessa cooperativa che, dieci anni fa, lo accolse al suo arrivo.
Un percorso che gli permette di conoscere il sistema dell’accoglienza da entrambi i lati: prima come persona accolta, oggi come operatore.
«Si può sempre migliorare. Uno dei problemi principali è la burocrazia legata ai documenti. Quando entri in accoglienza spesso non sai quanto dovrai aspettare e senza documenti diventa difficile lavorare e raggiungere una propria autonomia. Io sono rimasto tre anni in cooperativa, mentre oggi vedo persone che possono aspettare anche sei anni».
La sua storia personale, però, comincia in Mali. «Sono andato via a causa della guerra e del terrorismo scoppiati nel 2012. Ancora oggi c’è la guerra. Siamo stati costretti ad andare via per cercare un posto nel quale sentirci al sicuro».
«Dietro ogni migrazione c’è una storia»
È partendo dalla propria esperienza che Djibril guarda alle persone che oggi tentano di raggiungere l’Europa. «È una decisione che dipende da tantissime cose. Ci sono persone che scappano dalle persecuzioni, dalle guerre o perché non si sentono al sicuro nel luogo in cui vivono. Altre partono dalla povertà e cercano un futuro migliore».
Ridurre tutto a una semplice decisione individuale, secondo Fofana, significa non considerare quello che precede la partenza. «Non è che una persona decida semplicemente di mettere in pericolo la propria vita. Dietro ogni migrazione c’è una storia che si nasconde e che spesso non vediamo».
Quando lasciò il Mali, racconta, la sua priorità era trovare sicurezza e avere la possibilità di costruire il proprio futuro. «Volevo trovare un posto che mi facesse sentire al sicuro per poter realizzare i miei sogni. Per quello che oggi ho intorno, le mie aspettative sono state soddisfatte. Sto seguendo il mio sogno di studiare, anche se c’è ancora tanto da fare».
Ceuta, la lettura di Djibril
Secondo Fofana, quanto sta accadendo a Ceuta non può essere letto soltanto attraverso le immagini delle persone che cercano di superare la frontiera. Per comprenderlo, sostiene, bisogna considerare anche la particolare posizione dell’enclave e i rapporti politici tra Europa e Paesi nordafricani. «Ceuta ha un aspetto geografico e politico molto importante. Non possiamo leggere quello che sta accadendo senza ricordare questo contesto».
La riflessione di Djibril si concentra soprattutto sulle politiche europee di controllo delle frontiere e sugli accordi con Paesi terzi per contenere i flussi migratori. «L’Unione Europea ha progressivamente esternalizzato una parte del controllo delle proprie frontiere, affidandosi anche a Paesi come il Marocco e la Tunisia, che ricevono finanziamenti europei per la gestione dei flussi migratori e il controllo delle partenze. Il problema è che, mentre si cerca di impedire alle persone di raggiungere l’Europa, non sempre viene garantito un controllo adeguato su ciò che accade loro dall’altra parte della frontiera».
È questa la chiave con cui Fofana interpreta le immagini provenienti dall’enclave spagnola: non soltanto come un fenomeno migratorio, ma all’interno di equilibri politici e diplomatici più ampi.
«Prima di partire bisogna capire a cosa si va incontro»
Dopo dieci anni in Italia e con l’esperienza maturata lavorando nell’accoglienza, cosa direbbe oggi Djibril a un giovane che sta pensando di partire? «Gli direi, prima di prendere una decisione, di cercare di capire bene a cosa sta andando incontro. Di non andare allo sbaraglio soltanto perché vede che tutti partono. Bisogna pensarci e capire».
Il suo, però, non è un invito a rinunciare alla migrazione a prescindere. Torna infatti alla ragione che lo spinse a lasciare il Mali. «Se hai veramente deciso di partire perché la situazione in cui vivi non ti permette di sentirti al sicuro, allora è diverso. L’immigrazione non è un fenomeno di oggi, è iniziata con l’umanità: le persone si sono sempre spostate da un luogo all’altro. Se non ti senti al sicuro dove sei, cercare un posto nel quale sentirti al sicuro è un diritto che non deve essere negato da nessuno».
La sua riflessione si chiude tornando proprio alle frontiere di Ceuta e Melilla. «Finché l’Europa pretenderà di mantenere roccaforti e muri nel territorio africano, le spiagge di Ceuta e Melilla continueranno a essere uno specchio nel quale si infrangono le sue contraddizioni. Perché questa è anche una forma di disuguaglianza globale».
A cura di Selena Marvaldi






