30 Aprile 2026 07:51

Referendum sulla giustizia del 22-23 marzo: le ragioni del “No” nell’intervista al pubblico ministero Matteo Gobbi

Referendum giustizia, perché votare no Matteo Gobbi - Imperiapost

In vista del referendum costituzionale del 22 e 23 marzo sulla riforma della giustizia, prosegue l’approfondimento dedicato alle diverse posizioni sul testo approvato dal Parlamento e sottoposto al voto dei cittadini.

Il referendum, come abbiamo già spiegato, riguarda alcune modifiche all’assetto della magistratura, tra cui la separazione delle carriere tra magistrati requirenti e giudicanti, la divisione del Consiglio Superiore della Magistratura in due organi distinti e l’istituzione di un’Alta corte disciplinare per la valutazione degli eventuali illeciti dei magistrati.

Per approfondire le ragioni di chi si oppone alla riforma abbiamo intervistato Matteo Gobbi, pubblico ministero della Procura di Imperia e referente nel Ponente ligure del Comitato per il “No”. Nell’intervista affronta i punti principali della riforma spiegando le criticità evidenziate dai contrari al progetto di revisione costituzionale.

L’intervista

1. Partiamo dall’inizio. Si tratta di un referendum confermativo, ossia che chiede a noi cittadini e cittadine di modificare alcuni articoli della Costituzione Italiana. Quindi che cosa prevede questo referendum sulla giustizia, spiegato in modo semplice a chi non ha competenze giuridiche? 

Si tratta di una riforma proposta nell’ambito della facoltà che il Parlamento ha di revisionare la Costituzione. In questo caso riguarda una parte della Carta costituzionale, cioè il titolo dedicato al potere giurisdizionale.

Le riforme costituzionali richiedono più letture in Parlamento e, se al termine dell’iter non si raggiunge una maggioranza qualificata, si ricorre al referendum confermativo. In questo caso i cittadini sono chiamati a confermare o respingere il progetto di riforma costituzionale. Non è previsto quorum, quindi tutti, dopo essersi fatti un’idea, devono andare a votare.

La riforma interviene sugli assetti costituzionali del potere giudiziario in tre punti principali. Il primo è la separazione delle carriere tra magistrati requirenti e giudicanti. Questa rimodulazione incide sull’assetto del potere giudiziario perché oggi il sistema prevede l’unicità della carriera del magistrato, che poi si distingue per funzioni: da una parte il pubblico ministero, che svolge le indagini ed esercita l’azione penale, dall’altra il giudice, che decide. La riforma invece propone una separazione netta delle carriere.

Il secondo è lo sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura (CSM), con una composizione che viene criticata perché introduce il sorteggio, un concetto che viene presentato come conseguenza logica della separazione delle carriere. In realtà oggi esiste un unico CSM, composto per due terzi da magistrati eletti da tutti i magistrati e per un terzo da membri laici di nomina parlamentare, con il Presidente della Repubblica come presidente dell’organo. 

Il terzo è l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare, una novità assoluta che non esiste in altri ordinamenti. Prevede di togliere al CSM la competenza disciplinare, oggi esercitata da una sezione interna, e di attribuirla a un organismo autonomo, composto da membri laici e togati, che avrebbe come unica funzione quella di irrogare sanzioni ai magistrati.


2. Lei è contrario. Qual è la ragione principale della sua posizione?

Io, come molti altri che non ritengono questa una buona riforma, lo diciamo sulla base di due evidenze principali. La prima riguarda il metodo. Parliamo di una revisione molto incisiva della Costituzione, che riguarda uno dei tre poteri dello Stato. Tuttavia il percorso con cui è stata approvata in Parlamento è stato, a mio avviso, anomalo: non c’è stato un vero confronto parlamentare. Il testo è stato approvato all’ultima lettura sostanzialmente così come era stato presentato nella prima, senza un reale dibattito. Questo lascia perplessi perché la fretta e l’impossibilità per le minoranze e per le altre forze politiche di incidere nel processo legislativo finiscono per ridurre il confronto democratico. 

La Costituzione è nata in un momento storico particolare, dopo un lungo dibattito tra forze politiche anche molto diverse tra loro, e rappresenta una sintesi di valori condivisi. Mettervi mano senza un confronto approfondito è, a mio avviso, un azzardo.

Il secondo profilo riguarda alcune anomalie nel merito della riforma, in particolare sulla composizione del CSM e sull’istituzione dell’Alta Corte disciplinare. Il cuore del problema non è tanto la separazione delle carriere, quanto il rischio che la nuova composizione del CSM comporti un indebolimento dell’organo del potere giudiziario. Questo avverrebbe insieme a una struttura che potrebbe dare una maggiore incidenza alla componente politica, con possibili effetti, voluti o meno, sulle scelte che riguardano la vita del Consiglio e la carriera dei magistrati.

3. Se vincesse il sì, cosa cambierebbe nella vita concreta dei cittadini? E se vincesse il no?

Secondo me è necessario fare un po’ di chiarezza. Entrambe le posizioni nel dibattito pubblico tendono a rappresentare scenari molto netti, ma la realtà è più complessa. Una riforma costituzionale non produce effetti immediati: se venisse approvata o respinta non cambierebbe tutto il giorno dopo. I nuovi principi dovrebbero essere attuati attraverso norme successive.

Se vincesse il sì, a mio parere ogni parte della riforma potrebbe comportare alcune criticità per i cittadini. A partire dalla separazione delle carriere, che viene presentata come necessaria per garantire la terzietà del giudice rispetto alle parti. Il rischio è che si arrivi a un pubblico ministero sempre più configurato come un puro accusatore, privo di quella formazione comune con il giudice che oggi contribuisce a garantire anche i diritti dell’imputato. Separando nettamente le carriere, il pubblico ministero potrebbe avere una visione più orientata al risultato dell’accusa. Inoltre il nuovo assetto potrebbe prevedere una maggiore gerarchizzazione del PM e un possibile collegamento con il potere esecutivo, con il rischio di interferenze esterne nell’attività lavorativa.

Un altro aspetto riguarda l’indebolimento del CSM, che verrebbe diviso in due, e la creazione dell’Alta Corte disciplinare. Questo potrebbe incidere sull’indipendenza dei magistrati e, di conseguenza, sulla capacità del sistema giudiziario di garantire pienamente i diritti dei cittadini.

4. Questo referendum può incidere davvero sui tempi della giustizia, che per molti cittadini sono il problema principale?

Il referendum non incide sui tempi della giustizia. Il quesito non riguarda una riforma del funzionamento della giustizia, ma dell’ordinamento giudiziario, cioè dell’organizzazione del potere giudiziario prevista dalla Costituzione. Non lo dico solo io: lo hanno dichiarato anche i promotori della riforma, che hanno spiegato come questa modifica non avrà effetti diretti sui tempi dei processi.

I veri problemi della giustizia italiana sono altri: la carenza di magistrati, la mancanza di risorse, strutture e strumenti adeguati. In molti uffici giudiziari non si riescono ancora a coprire tutti i posti vacanti. Ci sono difficoltà anche nella digitalizzazione del processo penale e in generale nell’organizzazione degli uffici. Nessuno di questi problemi viene affrontato da questa riforma. 

Spesso si sostiene che la riforma servirebbe a liberare il CSM dalle correnti. Tuttavia rappresentare le correnti come il male assoluto è una semplificazione. Il caso Palamara ha mostrato alcune degenerazioni del sistema, ma proprio per questo molti magistrati coinvolti sono stati destituiti o si sono dimessi e la magistratura ha cercato di correggere gli aspetti patologici.

Le correnti nascono come associazioni tra magistrati che condividono una visione del sistema giudiziario, più o meno progressista o conservatrice. Non tutti i magistrati vi aderiscono: su circa 9.500 magistrati, poco più di 2.000 sono iscritti a una corrente. Si tratta inoltre di un diritto costituzionalmente garantito dall’articolo 18.

L’idea che il sorteggio possa eliminare le correnti non è realistica. Se si sorteggiano i membri tra migliaia di magistrati, è comunque possibile che vengano estratti magistrati appartenenti alla stessa corrente. Inoltre il sistema di sorteggio riguarderebbe solo i magistrati, mentre la componente laica resterebbe di nomina politica. Questo rischia di creare uno squilibrio tra una parte politicamente determinata e una parte composta da magistrati scelti casualmente.

5. Uno dei punti più discussi è la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Perché è un tema così divisivo?

In realtà è diventato divisivo nel dibattito pubblico, ma rispetto all’intera riforma è probabilmente l’aspetto meno problematico. Di fatto oggi esiste già una forte distinzione tra giudici e pubblici ministeri. Non solo le funzioni sono diverse, ma il passaggio da una funzione all’altra è stato fortemente limitato già con la riforma del 2006. 

Un magistrato può cambiare funzione solo entro i primi dieci anni dall’ingresso in magistratura, una sola volta nella vita e trasferendosi in un’altra regione. Sono vincoli molto stringenti, pensati proprio per rendere il passaggio tra le funzioni estremamente raro.

Nella pratica, quindi, chi sceglie di fare il pubblico ministero tende a rimanerlo per tutta la carriera. Anche per questo motivo presentare la riforma come se ruotasse esclusivamente attorno alla separazione delle carriere è, a mio avviso, fuorviante. I punti davvero rilevanti della riforma sono altri: lo sdoppiamento del CSM e l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare. La separazione delle carriere, pur con alcune criticità legate alla possibile trasformazione del PM in un accusatore puro, resta comunque il tema meno problematico dell’intero progetto.

6. Per quanto riguarda il tema dell’indipendenza della magistratura. Chi sostiene il sì parla di maggiore equilibrio. Chi sostiene il no teme un indebolimento della magistratura. Qual è il rischio reale secondo lei?

Il rischio riguarda l’indipendenza dei magistrati. Un magistrato che si sente più esposto o più debole potrebbe sapere che le sue decisioni sono costantemente sotto osservazione non solo dei colleghi, ma anche di soggetti esterni. Se la composizione dei nuovi CSM dovesse aumentare il peso della componente politica, potrebbe crearsi una pressione indiretta sulle decisioni dei magistrati. Questo potrebbe avere ricadute sulla serenità del giudizio e, di conseguenza, sulla tutela dei diritti dei cittadini.

Immaginiamo una decisione che riguarda una figura molto forte dal punto di vista politico o un grande gruppo industriale. Oggi l’indipendenza della magistratura, garantita anche dal ruolo del CSM, consente ai giudici di prendere decisioni anche molto coraggiose. Un magistrato che teme conseguenze disciplinari o pressioni indirette potrebbe essere più portato a scegliere la soluzione meno rischiosa per la propria carriera. Questo potrebbe avere effetti negativi soprattutto nei casi in cui la magistratura rappresenta l’ultima tutela per i diritti dei cittadini.

Inoltre la composizione dei CSM incide anche sulla nomina dei capi degli uffici giudiziari. Se il peso della componente politica aumentasse, potrebbe esserci il rischio che nelle nomine prevalgano logiche di appartenenza o di vicinanza politica. Un magistrato che non si sente pienamente sereno nel proprio ruolo può essere portato, anche inconsapevolmente, ad assumere decisioni più prudenti o allineate. E questo non sempre coincide con la decisione più giusta.

7. Secondo lei questo referendum rafforza o indebolisce la fiducia dei cittadini nella giustizia?

È una domanda difficile, perché in parte si tratta di un salto nel buio. È complicato dire se la riforma rafforzerà o indebolirà la fiducia dei cittadini nella magistratura. Personalmente temo che i risvolti possano essere negativi. Si tratta di una riforma che non porta vantaggi immediati e concreti, ma che potrebbe produrre effetti nel tempo.

Potremmo avere magistrati formati in modo diverso, soprattutto tra i pubblici ministeri, e magistrati meno sicuri del proprio ruolo. Questo non è un problema per i magistrati in sé, ma per i cittadini, perché un giudice o un pubblico ministero meno sereno può incidere sulla qualità delle decisioni. Lo abbiamo detto, non si tratta di un cambiamento che produrrà effetti immediati il giorno dopo l’eventuale approvazione della riforma. Gli effetti si vedrebbero nel tempo, anche perché serviranno norme attuative per rendere operativi i nuovi principi. Il rischio è che, a fronte di grandi promesse di miglioramento, la riforma finisca per indebolire la fiducia dei cittadini nella giustizia, soprattutto se il sistema diventerà meno capace di tutelare i diritti dei più deboli.

8. Se dovesse spiegare in una frase perché votare sì/no, cosa direbbe?

La Costituzione è uno dei lasciti più importanti che abbiamo ricevuto: il risultato del lavoro di grandi giuristi e politici che hanno costruito i valori fondamentali dello Stato e della nostra democrazia. Quando si interviene su questi equilibri è necessario applicare un principio di precauzione.

Se una riforma rischia di rendere la magistratura meno indipendente e più esposta alla maggioranza politica del momento, è giusto interrogarsi con grande attenzione. Per questo motivo, secondo me, i cittadini dovrebbero votare “No”, mantenere l’impianto costituzionale attuale e semmai ripensare eventuali riforme con un confronto più ampio e condiviso, non con un intervento che modifica in modo così profondo l’equilibrio tra i poteri dello Stato.

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