Negli ultimi mesi, nella provincia di Imperia e in altre aree italiane, si è intensificata una narrazione mediatica che segnala una presunta “emergenza lupo”, spesso associata a scenari di pericolo per l’umano e per gli animali domestici.
L’ultimo avvistamento documentato dal nostro giornale risale ad alcune settimane fa quando, in località Le Cascine, era stata segnalata la presenza di alcuni esemplari a ridosso delle aree abitate.
Ma cosa c’è di etologicamente fondato in queste rappresentazioni? A rispondere alle domande è Francesco De Giorgio, etologo della LAV
Perché il lupo arriva in città o in ambienti semi-urbani?
La domanda è già impostata in modo fuorviante.
Il lupo non “arriva in città” come se compisse una scelta legata all’ambiente urbano in quanto tale. Il lupo si muove dentro un territorio continuo, che l’umano ha frammentato in categorie: urbano, rurale, selvatico.
Dal punto di vista etologico, ciò che conta non è la città, ma la presenza di opportunità ecologiche: disponibilità alimentare, corridoi di spostamento, dispersioni causate da pressioni antropiche e curiosità proprie dei lupi.
Se un margine urbano offre queste condizioni, viene attraversato o temporaneamente frequentato.
Non è un’invasione. È una continuità territoriale che emerge nonostante la lettura discontinua dello spazio prodotta dall’umano.
Il lupo è pericoloso per l’umano?
No, e questa non è un’opinione ma un dato etologico consolidato.
Il lupo evita l’umano.
Non per una forma di “timidezza”, ma per una costruzione evolutiva precisa: l’umano rappresenta storicamente un elemento di rischio elevato.
Gli episodi di aggressione documentati in Europa sono rarissimi e associati a condizioni alterate.
La narrazione del lupo come minaccia diretta non ha base etologica nel presente.
Se il rischio è così basso, perché la paura è così alta?
Perché la paura, nell’umano, non è solo un fatto biologico.
È un costrutto culturale.
L’umano possiede sistemi di allerta, ma ciò che oggi osserviamo è una produzione amplificata della paura attraverso narrazioni, immagini e ripetizioni.
Il lupo è un dispositivo simbolico potente:
su di lui si stratificano secoli di rappresentazioni che vengono riattivate e rese operative nel presente.
In questo senso, la paura non nasce dall’incontro con il lupo, ma dall’incontro con il racconto del lupo.
E quando il racconto sostituisce l’osservazione, la percezione si distorce fino a produrre una realtà che non esiste.
Perché si parla di attacchi ad animali domestici e, talvolta, all’umano?
Perché si sovrappongono livelli diversi.
Gli attacchi ad animali allevati rientrano nella normale ecologia predatoria opportunistica del lupo su animali domestici non appropriatamente custoditi.
Non sono anomalie, ma eventi che emergono quando un sistema offre accesso a risorse vulnerabili.
Qui si apre però una questione più ampia, spesso evitata:
il modello stesso di allevamento brado o semibrado, per come è strutturato oggi, espone gli animali a condizioni di vulnerabilità che non sono semplicemente “naturali”, ma costruite.
In questo senso, il conflitto non nasce dal lupo, ma da un assetto produttivo fragile, che oggi mostra anche la propria inattualità etica.
Sul piano dell’umano, invece, la narrazione mediatica amplifica episodi isolati, costruendo una percezione di frequenza che non corrisponde alla realtà.
Come possiamo tutelarci in modo corretto?
La tutela non passa dalla paura, ma dalla responsabilità.
Nel caso degli animali allevati, è necessario un salto di qualità:
non soluzioni emergenziali o tradizionali, ma sistemi di protezione adeguati alla complessità attuale.
Recinzioni strutturate, monitoraggio tecnologico, gestione attiva degli spazi, prevenzione delle condizioni di accesso.
Questo implica anche una presa di posizione più ampia:
non è più sostenibile pensare a modelli produttivi che trasferiscono il rischio sugli animali e poi lo attribuiscono ai predatori.
Nel contesto urbano e periurbano, invece, la priorità è evitare l’abituazione:
non lasciare risorse accessibili, non creare condizioni di frequentazione stabile.
La gestione corretta è sempre una gestione delle condizioni, non degli individui.
Cosa rispondere a chi propone l’uccisione selettiva come soluzione?
Che si tratta di una risposta ideologica, non etologica.
L’uccisione disgrega le strutture sociali del branco, altera le dinamiche territoriali e può aumentare l’instabilità.
Non interviene sulle cause, ma sui sintomi, spesso amplificandoli.
È una risposta che simula controllo, ma che in realtà segnala una difficoltà a comprendere il sistema.
La presenza dei cinghiali in città influenza quella del lupo?
Sì, ma non in modo lineare.
Il lupo segue le risorse, e il cinghiale è una preda importante, anche se impegnativa da predare.
Ma ciò che osserviamo è un sistema ecologico che diventa accessibile anche in prossimità degli insediamenti umani.
Il lupo, in questo senso, è un indicatore.
Non causa il fenomeno, lo rende visibile.
La coesistenza è davvero possibile?
Non solo è possibile, è già in atto.
Ed è irreversibile.
Le trasformazioni ambientali e la capacità adattativa delle specie stanno producendo una nuova configurazione: una coesistenza diffusa, non pianificata, non controllabile nei termini tradizionali.
Pensare di governarla attraverso logiche di eliminazione o contenimento è un’illusione.
Di cosa abbiamo bisogno allora?
Di una educazione all’animalità e alla coesistenza.
Non come insieme di regole, ma come trasformazione dello sguardo.
Significa riconoscere che lo spazio è condiviso, che le altre specie non sono intrusioni ma presenze, e che la sicurezza non nasce dal controllo assoluto ma dalla capacità di leggere e abitare le situazioni.
È un passaggio culturale:
dalla gestione alla relazione, dalla paura alla comprensione.
In conclusione
Il lupo non è un problema da risolvere.
È una presenza che mette in crisi il modo in cui l’umano ha pensato sé stesso come separato e dominante.
La paura che genera non è proporzionale al rischio, ma alla distanza tra ciò che accade e ciò che siamo in grado di comprendere.
E questa distanza oggi è amplificata da narrazioni che producono allarme invece che conoscenza.
La coesistenza non è una prospettiva futura.
È una condizione già presente.
Continuare a leggerla come emergenza significa rimanere dentro un paradigma che non è più in grado di descrivere il mondo.
E quando un paradigma non descrive più il mondo, diventa inevitabilmente uno strumento di conflitto.
Box – Falsi miti sul lupo
“Il lupo entra in città perché ha perso paura”
No. Il lupo attraversa territori continui seguendo opportunità ecologiche. Non esiste una “scelta urbana” nel senso umano del termine.
“Il lupo è un pericolo per l’umano”
No. Gli attacchi sono estremamente rari e legati a condizioni anomale. La percezione del rischio è culturalmente amplificata.
“Se attacca gli animali domestici è perché è anomalo”
No. È comportamento predatorio coerente quando trova risorse accessibili e vulnerabili.
“Uccidere alcuni individui risolve il problema”
No. L’uccisione altera le strutture sociali e può aumentare l’instabilità.
“Il lupo segue i cinghiali in città”
Parzialmente. Il lupo segue le risorse, ma il fenomeno riguarda un sistema ecologico più ampio, non una relazione lineare.
“La soluzione è controllare il lupo”
No. La questione reale è gestire le condizioni e sviluppare una cultura della coesistenza.
C.S.






