Riceviamo e pubblichiamo una nota di Pierluca Viani, presidente di MIA Arcigay Imperia, sul duplice omicidio avvenuto a Camaiore lo scorso 28 giugno.
L’intervento di MIA Arcigay Imperia: “Per l’ennesima volta ci troviamo a piangere una persona in cui ognuno di noi avrebbe potuto rispecchiarsi”
“Michelangelo Andreoni è il nome che aveva deciso di adottare Mirko Moriconi sui social; la persona che mercoledì 24 giugno è stata brutalmente uccisa insieme a sua madre Kety. Un duplice omicidio compiuto dal padre, un uomo dal quale Michelangelo voleva così fortemente distanziarsi da non volerne ereditare nemmeno il cognome.
Il nostro cuore è spezzato. Per l’ennesima volta ci troviamo a piangere una persona in cui ognuno di noi avrebbe potuto rispecchiarsi: uno di voi, la figlia di una persona cara, l’amico di una vita. Esprimiamo le nostre più profonde condoglianze a chiunque fosse vicino e soffra oggi per questa perdita inaccettabile.
Giugno è il mese dell’orgoglio, il mese dei Pride. È il momento in cui si ricordano i moti di Stonewall Inn e la storica protesta di Sanremo; il momento in cui si rivendicano nelle piazze i diritti ancora negati e si fa informazione. Durante questo mese si accendono i riflettori sui soprusi che, nel silenzio del resto dell’anno, colpiscono sistematicamente le persone con un’identità di genere o un orientamento sessuale non conforme alla maggioranza.
Ma la sensibilizzazione non basta, perché proprio in questo mese un’altra vita è stata spezzata. Anche se non possiamo ancora affermare con certezza giuridica che l’omolesbobitransfobia sia stato il movente dell’atroce gesto, le testimonianze emerse sono inequivocabili. Sui social Michelangelo aveva denunciato a più riprese i conflitti laceranti con il padre. Le persone a lui vicine confermano minacce reiterate e un rifiuto totale della sua identità. Anni fa, lo stesso Michelangelo scriveva parole che oggi suonano come una tragica profezia:
“È brutto pensare che un padre ti preferisca morto che gay”.
A questo si aggiunge un clima di emarginazione familiare esteso, dove persino i parenti più prossimi cercavano di isolarlo per paura che potesse “deviare” altre componenti del nucleo. Quel pensiero di morte si è trasformato in realtà. Quel mostro si è arrogato il diritto di togliere la vita al proprio sangue. Tutto questo è accaduto dentro quella “famiglia tradizionale” che una certa parte della politica continua a difendere a spada tratta come unico modello possibile di amore e sicurezza.
Questo terribile episodio ci costringe a riflettere su quanto sia radicata e violenta l’omofobia intra-familiare. È la forma di discriminazione più subdola e feroce: quella che ti colpisce proprio a partire dagli anni in cui la società inizia a importi etichette e recinti sociali. Il nido che dovrebbe proteggerci e sostenerci contro le avversità del mondo esterno, il luogo dell’amore incondizionato, si trasforma nel posto in cui ci si sente più in pericolo, dove si consumano le prime, devastanti umiliazioni.
Non si tratta di percezioni alterate, ma di un fenomeno strutturale supportato da dati drammatici, seppur fortemente sottostimati a causa dell’assenza di una legge nazionale che riconosca l’aggravante di omolesbobitransfobia.
I dati ufficiali dipingono un quadro tragico che trasforma il nido domestico nel luogo più pericoloso, dove la violenza omotransfobica si sovrappone e si alimenta delle stesse radici patriarcali che generano la violenza di genere. La tragedia di Kety ci ricorda con dolorosa chiarezza che ci troviamo di fronte anche all’ennesimo, brutale femminicidio: l’azione di un uomo che ha considerato la moglie e il figlio come proprietà personali di cui disporre, fino a cancellarne l’esistenza.
Secondo i report di Gay Help Line, oltre il 42% delle violenze e delle discriminazioni segnalate avviene proprio tra le mura di casa, accanendosi in particolar modo su giovani tra i 12 e i 25 anni nel momento estremamente delicato del coming out o della scoperta dell’orientamento da parte dei genitori. Questa violenza si manifesta attraverso un’escalation che parte dal controllo psicologico ed economico, come la privazione di internet o il taglio dei fondi per gli studi, bullismo, intimidazioni, fino a degenerare in percosse e minacce di morte.
Le conseguenze di questo rifiuto genitoriale sono devastanti: le indagini di Arcigay lo identificano infatti come la prima causa del fenomeno di homeless LGBTQIA+, costringendo moltissimi giovani alla strada. Nonostante la gravità del fenomeno, l’invisibilità istituzionale rimane totale. Per l’ISTAT e le forze dell’ordine queste aggressioni continuano a essere registrate sotto la dicitura generica di “maltrattamenti in famiglia”, un vuoto burocratico che di fatto occulta la reale matrice d’odio finché non si arriva a tragedie irreparabili.
Quando vi diranno che le persone LGBTQIA+ hanno già tutti i diritti e che i Pride non servono più a nulla, ricordatevi di questi numeri. Ricordatevi che abbiamo bisogno vitale di una legge contro l’omolesbobitransfobia, affinché lo Stato possa finalmente mappare questo fenomeno e punirlo. Abbiamo bisogno di educazione affettiva nelle scuole per crescere cittadine e cittadini consapevoli ed educati al rispetto.
Lo Stato non può continuare a lavarsene le mani: deve sostenere le associazioni nella creazione di case rifugio per le vittime di violenza domestica. Quando qualcuno vi dirà che l’omosessualità non è normale, rispondete con questi dati e ricordate che l’unica vera anomalia è la violenza di un genitore verso il proprio figlio o figlia.
La nostra associazione, insieme a reti come Gay Help Line e ad associazioni di genitori come Agedo, è qui per ascoltarvi, supportarvi e aiutarvi a elaborare i percorsi di coming out. Se avete bisogno di aiuto, non siete soli. Il nostro numero è il seguente: +39 3280281459
Speriamo che questa tragedia possa aprire gli occhi sulla realtà del nostro Paese.
Buon Pride e buon mese dell’orgoglio, nonostante tutto”.








