L’autonomia differenziata e le possibili conseguenze per la sanità ligure, con particolare attenzione alla capacità della Regione di trattenere medici, infermieri e operatori sanitari. È il tema affrontato dal consigliere regionale del Partito Democratico e vicepresidente della II Commissione Salute Enrico Ioculano in un corsivo che pubblichiamo di seguito.
“L’autonomia differenziata entrerà nel vivo del dibattito dell’Assemblea Legislativa ligure nei prossimi giorni. C’è fretta di chiuderla. La ragione è politica: la Lega, in crisi di consensi, vuole arrivare all’appuntamento di Pontida con un risultato da sventolare e Bucci si piega senza difendere la Regione che dovrebbe rappresentare.
La tutela della salute è la materia con le implicazioni più dirette sulla vita quotidiana dei cittadini. Le Regioni potranno, a determinate condizioni, utilizzare proprie risorse per il personale e per prestazioni sanitarie aggiuntive, differenziare alcune tariffe mettendo la maggiore spesa a carico del proprio bilancio, istituire fondi sanitari integrativi e promuovere forme di previdenza complementare anche per il personale del Servizio sanitario regionale. Sono facoltà attribuite formalmente allo stesso modo alle quattro Regioni che hanno avviato per prime il percorso con il Governo: Liguria, Veneto, Lombardia e Piemonte.
Il problema non è l’autonomia. È il criterio con cui si concede: si introduce una differenziazione basata sulla capacità fiscale e finanziaria della Regione, quando andrebbe incentrata sulle necessità territoriali.
Invece di orientarsi verso un sistema più equo, si amplificano le diseguaglianze già esistenti affidandosi alla capacità di spesa delle Regioni. E qui non si tratta di un rischio teorico. La sanità lombarda è oggi una delle poche in Italia con i conti in equilibrio. La sanità ligure ha invece chiuso il 2025 con un buco certificato dalla Corte dei conti di 125,7 milioni di euro, coperto solo con variazioni di bilancio d’urgenza e riduzioni di spesa su altri settori.
Attribuire alle Regioni la stessa facoltà di finanziare con risorse proprie prestazioni aggiuntive, incentivi e previdenza integrativa per il personale non significa dare a tutte lo stesso vantaggio: per chi ha i conti in ordine è uno strumento concreto per attrarre personale, per la Liguria è una facoltà che i conti reali non permettono di esercitare, se non aggravando un disavanzo già difficile da tenere sotto controllo.
Parliamo del personale. Lo stipendio base resta fissato dal contratto collettivo nazionale, uguale ovunque. Attorno a quello stipendio, però, una Regione con maggiore capacità di spesa può costruire un pacchetto per medici, infermieri e operatori fatto di prestazioni aggiuntive, incentivi, fondi sanitari integrativi e previdenza complementare. Un’altra Regione, con i conti in affanno, semplicemente non può permetterselo. A quel punto il professionista non confronta più due cifre in busta paga: confronta due sistemi in cui lavorare. Il vantaggio finanziario di una Regione diventa così direttamente uno svantaggio per quella vicina.
Lo vivo ogni giorno da vicepresidente della Commissione Salute. In Commissione torniamo in continuazione sulle stesse difficoltà: liste d’attesa, carenza di personale, servizi territoriali da rafforzare. Sono difficoltà già più gravi nelle zone periferiche, come l’entroterra e le estremità di ponente e di levante, dove la rete ospedaliera è già in sofferenza. E dove i territori confinanti, la Francia da un lato e la Toscana dall’altro, sono già oggi poli di attrazione per il personale sanitario, senza che vi sia ancora nessun pacchetto aggiuntivo a rendere quei territori più competitivi. La miopia di questa scelta sta proprio qui.
Bucci sottoscrive un’autonomia che, in una materia delicata come la sanità, rischia di sottrarre personale alla Liguria.
C’è un problema più profondo che questa intesa ignora. La tenuta delle nostre comunità, soprattutto in un ambito come la sanità, si regge sulla solidarietà e sulla collaborazione tra territori, non sulla competizione tra chi ha più risorse da mettere in campo. Se il sistema sanitario di ogni Regione diventa un competitor di quello confinante nella corsa ad accaparrarsi medici, infermieri e altri operatori, a perdere non è solo chi ha i conti più deboli. Perde l’idea stessa di comunità fondata su un principio solidaristico, e con essa l’idea di un servizio sanitario nazionale pensato per garantire cure eque a prescindere dalla propria condizione territoriale, economica e sociale.
La differenziazione su cui si potrebbe ragionare, sul personale, è invece quella legata al costo della vita: mantenere una cornice contrattuale nazionale e consentire correttivi territoriali fondati su parametri oggettivi, non sulla maggiore o minore ricchezza della singola Regione.
Lo ha detto anche la Corte costituzionale, quando ha chiarito che i vantaggi dell’autonomia territoriale vanno ottenuti «senza pagare un prezzo elevato in termini di diseguaglianze».
È esattamente il prezzo che la Liguria rischia di pagare con questa intesa: non perché l’autonomia sia sbagliata in sé, ma perché il criterio scelto per differenziare premia chi ha già di più, invece di compensare chi parte da una condizione più difficile.
L’autonomia differenziata non è un male in assoluto: ci sono materie e territori in cui più autonomia può voler dire più aderenza alla necessità e maggiore efficienza. In sanità, per una Regione come la nostra, a rischio di perdere pazienti, professionisti e risorse a vantaggio delle Regioni più attrezzate, non è la strada giusta. Bucci farà pagare ai liguri il conto della propaganda della Lega“.






