17 Aprile 2026 13:26

Imperia, la riforma della sanità non convince. L’intervista a Zanchi (Cisl Fp) tra perplessità e criticità: “È un salto nel buio. Anzi, un terremoto”

La riforma della sanità ligure continua a far discutere. Dopo l’approvazione del nuovo assetto organizzativo, che prevede la nascita dell’Azienda sanitaria territoriale ligure (ATSL) e un profondo riordino del sistema, il dibattito resta acceso tra istituzioni, territori e parti sociali. Se da un lato la Regione rivendica la necessità di una “scossa” per rendere più efficiente il comparto, dall’altro crescono i timori legati all’impatto reale della riforma su servizi, lavoratori e cittadini, soprattutto nelle aree periferiche.

In questo clima di forte fermento, abbiamo ascoltato Nico Zanchi, coordinatore territoriale della Cisl Fp, che in più occasioni ha espresso dubbi e preoccupazioni sull’impianto della manovra. Un confronto che tocca i nodi dell’organizzazione, del personale, dei contratti e della qualità dell’assistenza, in una regione che deve fare i conti con un’alta percentuale di popolazione anziana e con un sistema sanitario già sotto pressione.

Come vede questa riforma della sanità?

«Vi dico le stesse cose che ho detto al presidente della Regione, Marco Bucci, durante un incontro dedicato sul tema. Una scossa nell’organizzazione serviva, su questo non c’è dubbio, ma questa riforma somiglia più a un terremoto: per sua natura butta giù le cose che non stanno in piedi, ma anche quelle buone. Senza contare, come hanno detto anche alcuni colleghi, che ha tutta l’aria di essere un salto nel buio».

Perché parla di “salto nel buio”?

«Perché l’ambizione della riforma è quella di creare un’unica azienda per migliorare tanti aspetti del comparto sanitario, ma viene spontaneo chiedersi quale sia il vero motivo. I direttori generali delle aziende hanno fallito? Oppure, visto che siamo al sesto posto nazionale con il peggior bilancio sanitario e circa 98 milioni di euro di debito, c’è il terrore di un commissariamento?

In concreto, però, ci chiediamo: al signore anziano di Perinaldo che deve fare una Tac cosa cambia? Secondo noi, nulla. Cambierà qualcosa soprattutto per il personale amministrativo, perché gli uffici verranno concentrati in uno solo: prima c’erano sei uffici di trattamento economico, poi ce ne sarà uno, un ufficio acquisti, un ufficio risorse umane. E al personale amministrativo cosa succede? Praticamente non si sa.

Dal primo gennaio dovrebbero partire riunioni, iniziative, l’unione di tantissimi fondi aziendali per ogni area e di centinaia di persone con contratti integrativi diversi. È tutto molto poco chiaro».

I posti di lavoro amministrativi rischiano di essere ridotti o ricollocati? Ci sarà mobilità obbligatoria?

«Ad oggi Bucci, a voce, ha detto che chi vuole rimanere nel suo territorio resterà nel suo territorio. Ma a fare cosa? Non possiamo mettere cinque amministrativi in un reparto. Così si demoliscono anche le aspettative di lavoro e anni di esperienza.

Il mio pensiero è che in futuro i posti di lavoro non aumenteranno, ma diminuiranno. Se pensano di ridistribuire il personale impegnato negli uffici che chiuderanno, dove li metteranno? Questa operazione ha tutta l’aria di essere solo un accentramento organizzativo, non un’azione reale sull’azienda sanitaria».

Quindi non migliora l’assistenza?

«No, perché l’assistenza la fanno le persone, non le riorganizzazioni amministrative. Servirebbe una vera politica di richiamo per medici, infermieri e ostetrici. Bucci ha detto che vogliono creare una sorta di hub che permetta al giovane medico di avere una locazione, ma sono anni che lo chiediamo e non serve una manovra del genere per farlo.

Se restano due infermieri con trenta pazienti, l’assistenza è sempre quella».

Si è parlato anche di omologazione delle retribuzioni e dei contratti integrativi. Cosa ne pensa?

«Uno dei cardini indicati da Bucci è che la manovra permetta di omologare le retribuzioni tra i dipendenti del comparto. Ma lo stipendio tabellare è già uguale in tutta Italia. Quello che cambia è il contratto integrativo, che è un contratto decentrato, calibrato sulle esigenze specifiche di quel territorio.

Dire che si omologano le retribuzioni in una situazione di deficit è poco credibile. Posso affrontare tutte le riunioni del mondo,ma ci credo poco».

Cosa succede ai contratti integrativi già in essere?

«La nostra paura è che dal primo gennaio ci sia un immobilismo, perché c’è paura di muoversi. Noi abbiamo siglato molti accordi proprio per mettere in sicurezza i dipendenti di Asl 1, evitando intoppi su progressioni economiche e prestazioni aggiuntive. Abbiamo prorogato i contratti fino a dicembre 2026».

Che certezze avete oggi sul funzionamento concreto della riforma?

«I tempi sono troppo stretti. Non puoi fare una rivoluzione del genere in così poco tempo. Quando diciamo che è un salto nel buio è perché l’intenzione è quella di fare un unico punto, un’unica azienda, ma l’unica certezza che abbiamo è che dal primo gennaio saremo tutti dipendenti dell’ASTL. Su come si svolgerà tutto, non lo sappiamo. Le comunicazioni parlano di riunioni, ma nulla di operativo.

Abbiamo chiesto spiegazioni sul meccanismo e le risposte sono state generiche. I dubbi e i timori restano. Se domani devo dire a un giovane infermiere che vuole venire qui che non so cosa succederà, le voglie gli passano».

Se tra due anni i problemi resteranno, chi si assumerà la responsabilità politica?

«È una bella domanda. Oggi Quotidiano Sanità, riprendendo la relazione della Corte dei Conti 2024, evidenzia che i modelli organizzativi seguiti sono quelli di Emilia-Romagna, Toscana e Piemonte, regioni considerate di riferimento ma che hanno debiti sanitari altissimi, come noi.

Loro hanno già fatto l’unificazione: forse inizialmente c’è stato un beneficio perché si uniscono i capitali e si assorbe il debito, ma è una manovra di riorganizzazione. La testimonianza delle regioni è che il buco poi è aumentato».

Tutto questo in una regione con una popolazione anziana molto elevata.

«Altissima. Con questa manovra non è che mettiamo più specialità, il nostro sentore è che ne togliamo altre. C’è anche un forte disagio dei lavoratori in una provincia che si è sempre definita a vocazione turistica, ma che in realtà è a vocazione assistenziale, perché il numero di anziani è enorme.

Se riduciamo i posti di lavoro nella più grande azienda della provincia, come ne usciamo? La prospettiva consequenziale di questa manovra è che i posti di lavoro diminuiscano, mentre tra il 2022 e il 2025 c’è stato un aumento considerevole.

Era necessaria una riorganizzazione? Sì, certo. Ma questa non è una riorganizzazione. Lo ribadisco: è un terremoto».

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