Si sono svolte questa mattina, sabato 25 aprile, le celebrazioni ufficiali in occasione dell’81° anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo.
In piazza della Vittoria la cerimonia ufficiale in occasione del 25 aprile
Le commemorazioni, come ogni anno, sono iniziate a Piani, presso il Monumento ai Caduti, per poi proseguire nei cimiteri di Porto Maurizio e di Oneglia, dove sono state deposte delle corone di alloro ai caduti durante la guerra e sono giunte, infine, in piazza della Vittoria, dove si è svolta la cerimonia ufficiale.
Presenti i rappresentanti delle associazioni di partigiani, i cittadini e le massime autorità civili e militari della provincia di Imperia tra cui il Sindaco e presidente della provincia Claudio Scajola, il Prefetto Antonio Giaccari, il Questore Andrea Lo Iacono, il Comandante provinciale dei Carabinieri Simone Martano, il Comandante della Capitaneria di Porto Luigi Cuciniello, il Comandante provinciale della Guardia di Finanza, Omar Salvini e il Procuratore Alberto Lari.
Le parole del prefetto di Imperia Antonio Giaccari
“Sono trascorsi 81 anni dal 25 aprile 1945 – ha detto il Prefetto Antonio Giaccari nel corso del suo intervento -, data scolpita nella mente degli italiani, un momento storico che possiamo considerare uno spartiacque che segna un prima e un dopo nella storia della Repubblica italiana. Un momento tutto teso alla riconquista della libertà, dopo anni segnati da un sanguinoso conflitto e da restrizioni e negazioni di diritti fondamentali.
Un percorso difficile intrapreso da uomini comuni, con le loro ansie e con le loro paure, partigiani, patrioti, militari rimasti senza comando dopo l’armistizio del 1943, persone normali, che hanno fatto della libertà della nazione un baluardo, accomunati, come ha evidenziato il presidente Mattarella, dall’obiettivo comune della riconquista della patria.
La lotta partigiana, infatti, fu in primo luogo una rivolta morale di patrioti contro le atrocità dei regimi totalitari. Per una piena riscossa nazionale, patria, riscatto, nazione, divennero termini di un comune denominatore, ravvisato nell’unità dei cittadini e nella condivisa all’unanimità di valori solidaristici e unificanti rivolti alla costruzione della democrazia.
Non possiamo quindi fare a meno di rivolgere il nostro sguardo a questi uomini, a queste donne, con gratitudine e ammirazione, esprimendo la nostra riconoscenza nei confronti di tutti coloro che hanno contribuito a porre le basi per la nascita della Costituzione italiana. Allo stesso tempo, però, la nostra attenzione deve essere tesa al futuro e guardare, come ha detto il professor Galli Della Loggia, con gli occhi ben aperti e le orecchie ben dritte ai percorsi che aspettano i giovani, che aspettano le nuove generazioni, che devono improntarsi alla condivisione dei valori che hanno ispirato e che a tutt’oggi orientano le civiltà democratiche.
Il rispetto dei diritti, la dignità umana, le varie opportunità e soprattutto la capacità di mettere al centro il bene comune, non solo inteso come principio fondamentale, ma come criterio regolativo del vivere civile. Non un fine quindi, ma un mezzo per la condivisione di una carta di valori che propone i principi fondamentali di uno Stato moderno, riconoscendo tutti uguali diritti e pari doveri, valorizzando le diversità”.
Le parole del sindaco e presidente della Provincia Claudio Scajola
“Ci ritroviamo qui ogni anno, in questo luogo simbolico per la città, un luogo di unione, per ricordare la liberazione dell’Italia dal nazifascismo – ha detto il Sindaco e Presidente della Provincia di Imperia Claudio Scajola -. Quel moto popolare che permise al nostro paese, sempre accanto all’intervento alleato, di liberarsi dal giogo della dittatura e di porre le basi per costruire un’Italia libera, democratica, prospera.
Il rischio, lo sappiamo, è trasformare questo appuntamento in un grigio concentrato di retorica, con uno sguardo rivolto esclusivamente ad avvenimenti che ogni anno ci sembrano più lontani nel tempo, allontanarlo così dal cuore dei più giovani. Eppure, se si rileggono i discorsi delle prime celebrazioni del 25 aprile, pochissimi anni dopo quei fatti si coglie qualcosa di importante. A muovere i cuori dei leader di partito, di tutti i partiti, dalla Democrazia Cristiana al Partito Comunista, non era soltanto l’aspetto commemorativo, per quanto di assoluto valore, la liberazione. Quei discorsi erano anche, e direi soprattutto, protesi verso il futuro.
E se quello spirito era possibile in allora, tra le macerie fisiche, economiche, politiche, quando i protagonisti della lotta di liberazione erano ancora presenti, o le loro famiglie ne piangevano la scomparsa, come qui da noi, non si capisce perché noi oggi dovremmo limitarci alla sola pur importante ricostruzione storica. La storia, soprattutto questa storia, va studiata, va approfondita, va conosciuta, ma quella è la base, il compito a cui siamo tutti chiamati, chi rappresenta le istituzioni, i cittadini e dare significato nel presente del nostro quotidiano a quei valori.
Tanti ragazzi che hanno dato la vita, allora, nella lotta di liberazione, a cui questa mattina si è dato omaggio in diversi luoghi della nostra città, disponendo sulle loro tombe le corone di alloro, non morirono soltanto, ripetiamolo, per sconfiggere la dittatura e il nazifascismo, certo anche per quello, ma si impegnarono soprattutto per un cambiamento profondo dell’Italia, pur con ragioni diverse, con ideali diversi, contrapposti, talvolta veramente contrapposti.
E quando parliamo di cambiamento, di libertà, noi parliamo in questo caso non di concetti astratti, per quei ragazzi, per tutto popolo italiano erano concetti straordinariamente concreti. Poter esprimere la propria sovranità col proprio volto, poter manifestare pubblicamente le proprie idee, potersi riunire, costruire imprese, trovare un lavoro dignitoso, migliorare finalmente le proprie condizioni di vita, sia individuale che collettiva. Era una affermazione della dignità della vita umana, dei suoi diritti.
E tutto ciò trovò in maniera assolutamente condivisa, pur con fortissime contrapposizioni, tutto ciò trovò espressione massima nella Costituzione votata pressoché a unanimità nel Parlamento italiano, nel primo Parlamento italiano. Non è un caso se quel sentimento di libertà portò di lì a poco al boom economico. Perché la libertà non era un’idea astratta, era un invito concreto all’azione che ciascuno sentiva forte dentro di sé.
Ecco perché per rendere vivi e presenti quei valori, oggi e domani c’è un messaggio che vorrei indirizzare soprattutto ai ragazzi che sono qua, e a quelli che non ci sono e che può darsi voi racconterete la nostra giornata. Riflettete su quello che provo in qualche modo a ricordare. Qualche giorno fa il Consiglio Comunale di Imperia, qui accanto, ha conferito all’unanimità la cittadinanza onoraria a due figure profondamente legate alla liberazione. Sandro Pertini, Ligure, che è stato il presidente del Comitato Nazionale della Liberazione, Alcide De Gasperi. Fu proprio De Gasperi, e mi piace ricordarlo in questa occasione, che istituì ufficialmente questa festa della liberazione del 25 aprile.
Qualche anno dopo, nel 1950, prendendo la parola ad un congresso dei partigiani in quei momenti così complicati, fece un appello valido ancora oggi. Disse, ‘aiutateci a superare lo spirito funesto delle discordie’. Ebbene, questa è la sfida, credo, che attende ancora tutti noi superare lo spirito funesto delle discordie, nei modi, nei toni, nei contenuti. Quello stesso spirito che negli anni venti aprì infatti le porte all’ascesa del fascismo, il sentimento funesto delle discordie. Mancavano i legami e dove i legami sono deboli dove l’odio prevale sul rispetto e il caos sull’ordine, lì si crea il terreno fertile del disastro.
Specie in questo momento storico così difficile, con uno scenario internazionale drammatico, complesso, come ci ha ricordato il prefetto, con delle sfide tecnologiche di cui non comprendiamo ancora tutti i risvolti, teniamo ferma la nostra battaglia per superare lo spirito onesto dalla discordia.
Signori, ragazzi, voi ragazzi impegnatevi sempre. Non cedete mai al richiamo dell’indifferenza e non cedete mai al richiamo della mediocrità. Non abbiate mai paura di nulla. Impegnatevi in ciò che amate, puntate sempre al massimo. Faticate e studiate per raggiungerlo, ma fate sempre sì che il vostro impegno sia mosso dall’amore per ciò che fate e per il futuro che volete costruire, mai dall’odio e dall’astio verso chi è diverso da voi.
In questa città abbiamo un quinto della popolazione che è composto da cittadini extracomunitari che si sono trovati e contribuiscono alla crescita di questo territorio. Accogliamo chi è diverso da noi, accogliamo perché insieme possiamo costruire un futuro migliore per tutti.
Se abbiamo questo spirito, allora potremo veramente dire sempre tutti insieme, tutti insieme, viva il 25 aprile, viva la liberazione, viva l’Italia“.
Pierpaolo Rivello ricorda Felice Cascione e Silvio Bonfante
Tra i moltissimi temi toccati dal dott. Pierpaolo Rivello, Procuratore Generale Emerito presso la Corte di Cassazione, nel corso della sua orazione, un momento particolare è stato dedicato a due medaglie d’oro al valor militare per la Resistenza: i partigiani imperiesi Felice Cascione e Silvio Bonfante.
“Felice Cascione, nome di battaglia, ‘U megu’, nato a Porto Maurizio il 2 maggio del 1918, trucidato ad Alto il 27 gennaio 1940 – ha ricordato il dott. Rivello – Lui era un ragazzo di povera famiglia, decide di iscriversi a medicina, inizia la facoltà di medicina a Genova e racconta questa sua decisione alla mamma con una lettera veramente commovente, che vi leggo. ‘Ho scelto mamma, dopo aver pensato lungo, a quali studi mi dedicherò per il mio avvenire. La mia vita sarà come la tua una missione. Mi laureerò in medicina e chirurgia. Verso questo bel sogno indirizzerò tutti i miei sforzi, con mente sicura, per cogliere presto e con ottimo risultato la fronda d’alloro che deporrò, oh mamma, sul tuo gran cuore’. Guardate che bravo ragazzo nei confronti di sua mamma a cui scriveva questa bellissima e toccante lettera.
La laurea la prende poi a Bologna, torna ad Imperia e lì si fa subito apprezzare, non soltanto perché è un bravo medico, ma perché è vicino alla popolazione, perché se c’è qualcuno che gli chiede aiuto, anche se magari non andrà a pagare, e lui lo aiuta. E subito ad Imperia viene chiamato U megu, che in Liguria significa il medico, e questo sarà poi il suo nome di battaglia. Dopo l’8 settembre del ’43 entra nella resistenza e qua c’è una storia triste perché purtroppo non sempre a comportarsi bene si finisce bene. E qua nel caso di Felice Cascione c’è proprio la dimostrazione di una persona che si è comportata bene e purtroppo non è stato ripagato nella stessa maniera. Perché nel corso di uno scontro a fuoco, i partigiani, la brigata alla quale apparteneva Felice Cascione, catturano due soldati. Uno di questi due soldati era il milite, un milite che si chiamava Dogliotti. E gli altri partigiani vorrebbero fucilare questi due, ma Cascione, che aveva un grande cuore, un grande cuore, purtroppo questo non è stato ripagato, lui dice ‘no, no, non fuciliamo’. E cosa dice? Dice ‘ho studiato vent’anni per salvare la vita di un uomo, come posso consentire a a dare la morte a due persone che hanno errato perché non hanno avuto, come noi, la fortuna di essere educati alla libertà, alla bontà, alla giustizia? I due prigionieri devono avere salva la vita’ e infatti decidono di salvarle. E purtroppo quest’atto di generosità non viene affatto ripagato perché Cascione cura Dogliotti che era rimasto ferito, vuole condividere con lui il rancio, le coperte e a lui dicono sempre gli altri partigiani ‘stai attento, guarda che questo ci tradisce’ e lui dice ‘no, no, non è colpa di Dogliotti se non ha avuto una madre che abbia saputo educare alla libertà“.
In occasione del Natale e del Capodanno Cascione, contro il parere degli altri partigiani vuole che alla cena partecipi anche lui. Nel frattempo Cascione completa il testo di Fischia il Vento sulla base della popolare melodia sovietica Katyusha.
Ebbene, questo milite era stato curato, gli doveva la vita, invece poi scappa ,opera una delazione, dice dove si trovavano e a seguito di questo si ha poi l’intervento della colonna tedesca che il 27 gennaio marcia, qua Cascione viene ferito, poi le tesi sono molto diverse perché alcuni dicono che è stato fucilato da militi fascisti, altra storiografia, invece, secondo quella che era la versione, diciamo, ufficiale fornita all’ufficio politico-investigativo della Guardia Nazionale Repubblicana, dice che invece viene fucilato i tedeschi. Un’altra fonte ancora, ricavata dai giornali partigiani dell’epoca, dicono invece che Cascione, per non cadere prigioniero, decide di suicidarsi.
La Brigata prende il nome di Felice Cascione e uno straordinario scrittore ligure, e cioè Italo Calvino, dice io ho deciso di entrare nel partigianato proprio perché ispirato dalla vita e dai valori ideali di Cascione.
L’altro eroe ligure è Silvio Bonfante, nome di battaglia. Cion, di cui appunto lo scrittore Daniele La Corte ricorda nel suo libro ‘Il coraggio di Cion’. Cion in ligure vuol dire chiodo. Cion, così come Felice Cascione, amava moltissimo la madre, il padre, il fratello, ma diceva loro, dice in primo luogo, ‘i miei compagni, gli altri partigiani, la resistenza’. Silvio Bonfante diventa un eroe nella battaglia di Montegrande che vede un pugno di partigiani mettere in fuga migliaia di soldati tedeschi”.
A cura di Matteo Cantagallo






