Il consigliere comunale di minoranza del gruppo “Imperia Senza Padroni”, Luciano Zarbano, interviene dopo aver partecipato alla presentazione del libro “La Destra di Governo. Da Pinuccio Tatarella a Giorgia Meloni” di Fabrizio Tatarella.
“Il 6 giugno ho partecipato alla presentazione del libro La Destra di Governo. Da Pinuccio Tatarella a Giorgia Meloni, scritto da Fabrizio Tatarella, nipote di Pinuccio. È stato uno di quegli eventi che mi ha riportato indietro in luoghi della memoria che non ho mai archiviato.
Pinuccio Tatarella fu tra i protagonisti della fondazione di Alleanza Nazionale nel 1995, il momento in cui il Movimento Sociale Italiano compì una svolta che molti ritenevano impossibile: uscire dall’isolamento di una destra novecentesca, ancorata a schemi che il Paese aveva già superato, per costruire qualcosa di credibile, inclusivo, democraticamente presentabile, cioè una destra moderna, moderata, capace di assumersi responsabilità di governo. Tatarella fu il motore intellettuale di quel passaggio. Non era un teorico da salotto: era un uomo politico che ha capito prima degli altri dove stava andando il Paese e che ha avuto la pazienza e la tenacia per trascinare il suo mondo in quella direzione.
L’idea era semplice: costruire in Italia un moderno partito conservatore. Non un contenitore di nostalgie, non una riserva indiana per chi non trova casa altrove. Un partito che potesse governare, che potesse fare alleanze, che potesse parlare a elettori che non si riconoscevano né nella sinistra né nel centro democristiano. Quel progetto, nel 1995, sembrava visionario a molti. A guardarlo oggi era semplicemente lucido.
Per me è stato un evento particolarmente significativo, perché mi ha trasportato indietro nel tempo, riportandomi alla mente il contesto storico antecedente a quella storia politica. E, inevitabilmente, la mia storia politica.
Ho iniziato la mia avventura politica nel Fronte della Gioventù appena quattordicenne. Nella seconda metà degli anni Settanta, essere di destra non era certo “di moda”, e neanche una scelta di comodo. Non era una questione di opinioni diverse attorno a un tavolo: significava esporsi, compiere una scelta che si sapeva costosa.
Il clima politico era profondamente diverso da quello di oggi: anni difficili, segnati da forti contrapposizioni ideologiche, da episodi di violenza e, purtroppo, anche da pagine drammatiche finite nel sangue. Portare quelle idee per le strade richiedeva qualcosa che non era semplicemente entusiasmo giovanile.
Poi è arrivato il servizio nell’Arma dei Carabinieri, che ha segnato un punto di svolta nella mia storia personale e ha interrotto, almeno formalmente, quel primo capitolo politico.
Ma quella formazione non è scomparsa. Chi cresce in certi anni, in certi ambienti e con certe battaglie porta con sé una lettura del mondo che gli resta addosso. Ed è probabilmente per questo che il percorso tracciato da Tatarella mi ha sempre convinto: non perché fosse una resa o un cambio di casacca, ma perché era la stessa idea declinata in modo adulto. Una destra che non si chiudeva a riccio, che non viveva di commemorazioni, che provava a costruire anziché preservare.
Quello che il libro di Fabrizio Tatarella aiuta a capire è che quel progetto non è finito con Pinuccio. Ha avuto continuatori, fino all’approdo attuale, con Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, che è la realizzazione di qualcosa che Tatarella aveva intuito più di trent’anni fa.
Restano tre domande che il lettore del libro si pone: realmente la sinistra ha fatto i conti con la propria storia? Cosa accadrà quest’anno, nella ricorrenza degli 80 anni della Fiamma Tricolore? Perché la sinistra si ostina a considerare la Costituzione come una proprietà esclusiva della propria parte politica?
Per me, partecipare a quella presentazione non è stato solo assistere alla ricostruzione di una storia politica italiana. È stato anche fare i conti, ancora una volta, con la traiettoria che mi ha portato dove oggi sono: consigliere comunale di minoranza a Imperia, parte di un progetto, attualmente civico, ma che ha la stessa convinzione di allora, cioè che la politica serva a qualcosa solo quando ha delle ideologie che hanno come base di partenza la condivisione e il dialogo. Non più un’ideologia politica spesso isolata e demonizzata, ma una forza capace di partecipare pienamente alla vita democratica del Paese.
Tatarella lo sapeva. Per questo vale ancora la pena parlare di lui.









