Dopo la cerimonia mattutina ai giardini dedicati ai Martiri delle Foibe, la commemorazione del Giorno del Ricordo è proseguita nell’auditorium della Camera di Commercio di Imperia. Un momento di riflessione collettiva che ha visto la partecipazione delle istituzioni e delle scuole del territorio.
Ad aprire i lavori è stato il Prefetto Giaccari, che ha sottolineato l’importanza di questa giornata: “È il Giorno del Ricordo oggi, quindi è una manifestazione che rievoca i tragici fatti degli infoibati, delle popolazioni del Friuli Venezia Giulia, della Dalmazia e dell’Istria, che furono infoibati in un momento in cui in Italia si riassaporava la libertà, finita la guerra.
Queste popolazioni invece rivivevano sofferenze atroci, indicibili, delle quali per tanto tempo si è taciuto. Questo momento importante adesso è ritornato nelle pagine di storia.
Particolarmente toccante la testimonianza di Marcello Orengo, che ha ricordato il fratello Antonio, finanziere originario di Latte partito volontario e mai più tornato.
Marcello Orengo, ecco, oggi ci porta la sua testimonianza: “Io sono riuscito a Latte a fare intestare una via: è stata fatta una via nuova, in un paese piccolino, e siamo riusciti a intestare il nome di mio fratello, tre o quattro anni fa. Perciò è ricordato per sempre, almeno quello. Anche perché lui è partito volontario. Per servire la patria è partito prima”.
Forte l’emozione anche per la testimonianza sulla memoria di Lino Vivoda, portata dalla figlia, che ha condiviso i ricordi drammatici del padre, esule da Pola.
Porto la memoria di mio padre, esule Istriano che per tutta la vita ha sentito il dovere morale di testimoniare ciò che aveva vissuto, vissuto e perduto. Papà ricordava bene quei giorni.
Poco prima dell’esodo, per Pola cominciava l’agonia e il doloroso declino della sua città. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, arrivarono i titini e con loro cambiò tutto. Le strade, le case, persino il silenzio sembrava diverso.
Iniziarono a perseguitare di notte le abitazioni civili, procedendo ad arresti indiscriminati di uomini e donne, schedati come nemici del popolo. Rei di esseri italiani, centinaia di cittadini, carabinieri, elementi della Questura e della Guardia di Finanza, picchiati a sangue, legati con fil di ferro ai polsi, gettati nelle foibe.
Eppure la guerra era finita. Quanti furono davvero infoibati? Forse cinquemila, forse il doppio o il triplo. E quanti profughi dei territori? Circa trecentocinquantamila, cacciati dalle loro case, dalle loro cose, dalla loro terra.
Tra i ricordi più tragici che papà raccontava c’era sempre la strage del 18 agosto 1946: un tremendo scoppio, una tonnellata di tritolo, raggiunse i mezzi subacquei della marina, provocando uno sterminio di innocenti.
Oltre cento morti. Brandelli di carne e membra fiammavano dappertutto. In acqua, i gabbiani, tantissimi, si precipitavano dal cielo e tornavano su con qualcosa in bocca. Queste sono parole che papà scriveva nel suo libro.
Morirono anche suo fratello Sergio, di otto anni, e i suoi padrini di battesimo. Per anni si parlò di incidente, di ordigni identificati, ma la verità era un’altra: cariche esplosive erano state volutamente posizionate.
Nel gelido mattino di febbraio 1947, mentre la nave lasciava il porto, papà fece un giuramento: non sarebbe mai tornato nella sua città natale con un passaporto straniero. E guardando la sua gente piangere sul porto, mentre l‘arena di Pola si allontanava all’orizzonte, decise che avrebbe dedicato la vita a difendere la loro dignità e a chiedere giustizia.
La cerimonia è stata arricchita da momenti musicali e teatrali curati dagli istituti scolastici della provincia di Imperia.
Gli studenti cantano e suonano l’inno d’Italia
A cura di Alessandro Moschi






