18 Aprile 2026 13:21

Sanremo: un Festival da medaglia di legno, tra hit immediate e identità da ritrovare

Sanremo 2026- Imperiapost

Si chiude un’edizione del Festival di Sanremo che lascia una sensazione chiara: è da medaglia di legno. Non un fallimento, tutt’altro. Ma nemmeno quell’edizione destinata a restare negli annali senza discussioni.

All’inizio c’era più di una perplessità. In sala stampa, ma anche fuori, la domanda che circolava era simile a quella che Sayf si è stampato sulla maglietta: “Ma chi ca**o è Sayf?”. Un interrogativo che molti, giovani e meno giovani, si sono posti davanti a una buona parte del cast scelto da Carlo Conti. Nomi nuovi, percorsi poco noti al grande pubblico televisivo, scommesse evidenti.

Poi, come spesso accade, le canzoni hanno iniziato a fare il loro lavoro. Dopo il primo ascolto tiepido, sono entrate in testa. Alcune con forza, altre per abitudine. Qualcuna resterà, altre si scioglieranno con l’arrivo della primavera. È la dinamica tipica di Sanremo: diffidenza iniziale, assimilazione progressiva.

Eppure la sensazione di “medaglia di legno” resta. Il Festival ha sfiorato più volte il podio ideale delle edizioni memorabili, ma non ci è salito. È mancato un vero fil rouge, diversi temi delicati sono stati accennati, talvolta solo sfiorati. In qualche caso l’approccio è apparso superficiale, con una gestione non sempre inclusiva sul piano del genere e della rappresentazione.

La conduzione di Conti è stata coerente con il suo stile: ordinata, pulita, super partes. Qualcuno in sala stampa ha usato un aggettivo preciso, “democristiano”. Nel senso di equilibrato fino all’eccesso. Ritmo controllato, pochi guizzi, nessuna sbavatura. Ma anche questi famosi messaggi importanti compressi in poche battute, quasi temendo di rompere l’armonia generale. Una scelta che ha garantito scorrevolezza televisiva, ma ha tolto profondità in alcuni momenti che avrebbero meritato più spazio.

Altro nodo evidente: il numero dei cantanti. Trenta in gara sono tanti. Forse troppi. La sensazione, serpeggiata più volte tra le file dei giornalisti, è che non tutti avessero lo stesso peso specifico per reggere il palco dell’Ariston. La serata dei duetti ha offerto poi un altro elemento di riflessione: quando sul palco sono saliti artisti di generazioni diverse, il confronto è stato quasi inevitabile. Per i nostalgici è stato un attimo tornare a chiedersi se certe voci, certe profondità di scrittura, non meritassero oggi uno spazio più centrale. Non si tratta di rimpiangere il passato, ma di interrogarsi sull’equilibrio tra memoria e contemporaneità.

Resta poi la domanda più ampia. La vera hit la scopriremo in estate, quando le classifiche diranno chi avrà davvero lasciato il segno. Ma Sanremo è diventato una fabbrica di tormentoni o resta un Festival delle eccellenze musicali italiane? È una distinzione sottile, ma decisiva che per ora fa guadagnare, almeno secondo noi, solo la medaglia di legno.

Selena Marvaldi

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