Il sindaco di Imperia, Claudio Scajola, ha aperto il consiglio comunale di oggi impugnando una penna e mostrandola ai presenti come simbolo del peso che ogni firma comporta per chi amministra. Un gesto con cui ha voluto rispondere pubblicamente alla nuova svolta nell’inchiesta della Procura Europea di Torino (EPPO) sul tentativo di ottenere oltre 6,4 milioni di euro di fondi PNRR per il biodigestore di Taggia.
L’accusa, ora riformulata, è di tentata percezione indebita di erogazioni pubbliche in concorso e falso ideologico aggravato in concorso
Oltre a Scajola, indagato in qualità di ex presidente della Provincia, figurano il consulente Riccardo Demicheli di Avalon Srl e, in un nuovo avviso di chiusura indagini, anche l’ex dirigente provinciale Michele Russo, la cui posizione sembrava in precedenza essere stata stralciata.
Il sindaco ha respinto con forza le richieste di dimissioni avanzate da alcuni consiglieri di opposizione, difendendo il proprio operato e attaccando chi, a suo dire, strumentalizza politicamente la vicenda.
Di seguito le sue dichiarazioni integrali: “Desidero aprire questa seduta mostrando un oggetto, che tengo tra le mani. È una penna. Con questa penna firmo, ogni giorno, gli atti della nostra amministrazione. Con questa penna mi assumo responsabilità.
Questa penna, vale per me e per tutti gli amministratori, può diventare l’arma di presunti delitti. Chi amministra sa cosa significa impugnare questa penna. Sa che ogni firma è una scelta e che ogni scelta può essere contestata, sia che tu scelga di firmare, sia che tu non lo faccia.
Questo è il peso di chi governa. Un peso che si accetta, con consapevolezza e con onore, perché attribuito democraticamente dai cittadini, che hanno riposto in te, e non in altri, questa responsabilità.
Qualche anno fa, insieme a tutti i sindaci d’Italia, di tutti i colori politici, senza eccezione, scendemmo in piazza a Roma con questa stessa arma del delitto in mano, per denunciare una stortura intollerabile: quella per cui tanti, tantissimi amministratori pubblici vengono travolti da indagini per aver semplicemente svolto il proprio lavoro.
Ho voluto ricordare questo argomento per le vicende delle ultime ore, quelle sull’indagine in corso per il finanziamento, mai arrivato, per il Biodigestore di Taggia. Non è questa la sede per ripercorrere nel dettaglio quella vicenda. L’ho già fatto, in modo dettagliato, con una memoria approfondita alla Procura Europea. E le carte, tutte le carte, parlano con chiarezza.
Ma sento comunque di dover condividere con voi una riflessione. Quando ho firmato quella richiesta, quando da Presidente della Provincia ho impugnato quest’arma (ndr mostra la penna), come si evince dai documenti, nessun tecnico mi aveva rappresentato criticità e nessuna circostanza ostativa mi era stata segnalata.
Ma dico ancor di più: il progetto definitivo dell’impianto non era ancora disponibile. Ho dunque agito, come chi amministra è chiamato a fare ogni giorno, sulla base delle informazioni che avevo. E ho agito nel solo ed esclusivo interesse pubblico.
Ma c’è di più. Quando i tecnici mi hanno illustrato le problematiche legate all’impianto di Taggia, sono stato io stesso a riprendere di nuovo quest’arma, a scrivere una lettera di mio pugno e a informare formalmente il Ministero dell’Ambiente.
È stata proprio la mia comunicazione a dare avvio al procedimento di revoca del finanziamento. Le carte lo attestano senza margine di dubbio. Sono dunque pienamente, convintamente fiducioso che la correttezza del mio operato sarà riconosciuta.
Detto questo, c’è un tema più ampio che si lega a quanto ho avuto modo di leggere in questi ultimi giorni: dichiarazioni di alcuni componenti di questo Consiglio che hanno richiesto, per questa vicenda, le mie dimissioni. Dichiarazioni che tradiscono, nel migliore dei casi, una comprensione superficiale di come funziona l’amministrazione pubblica. Nel peggiore, una strumentalizzazione politica inqualificabile.
Prendo a prestito alcune parole: “Tanti casi hanno portato al proscioglimento, all’archiviazione, all’assoluzione, ma chi restituirà ai sindaci accusati e alle loro famiglie la serenità che mesi e anni di esposizione mediatica hanno perso? La parola indagato la conosciamo tutti e la ritroviamo sulle prime pagine dei giornali a caratteri cubitali; la parola assolto non la conosce nessuno, finisce a pagina diciassette in un trafiletto”.
Queste parole che vi ho letto non sono mie. Furono pronunciate in quella manifestazione di cui vi parlavo all’inizio, quella in cui come sindaci mostrammo le nostre armi del delitto, da un importante esponente del Partito Democratico, l’attuale presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, all’epoca presidente nazionale di ANCI.
Parole lucide, parole giuste, parole che chiunque abbia mai svolto un qualsiasi incarico di amministrazione sarebbe pronto a sottoscrivere. Eppure sono parole che alcuni iscritti a quello stesso partito, in questa città, paiono non conoscere. Segno di una cultura politica, ahimè, profondamente degradata.
Comprendo che chi non ha mai amministrato nulla, chi non ha mai tenuto in mano questa penna, chi non ha mai sentito il peso di una decisione pubblica, fatichi a comprendere cosa significhi governare. E quindi comprendo, ma ugualmente condanno, che in assenza di argomenti solidi e in presenza di un profondo astio personale, ci si lasci andare a dichiarazioni che provengono con tutta evidenza da zone anatomiche ben più basse della mente.
Si sono chieste le mie dimissioni invocando una qualche forma di uguaglianza rispetto a quanto avvenuto di recente nell’amministrazione che mi onoro di guidare. Vedete, c’è un principio che si apprende alla prima lezione di diritto costituzionale: situazioni eguali si trattano in maniera eguale, situazioni diseguali si trattano in maniera diseguale.
È un principio base di civiltà, giuridica e democratica. Chi non lo conosce dimostra di possedere un’idea deviata di giustizia.
Lo dissi nel mio discorso di insediamento di questa consiliatura e lo ribadisco in questa sede: il giusto non si nutre della cultura del sospetto, del sensazionalismo, bensì della ricerca quotidiana di trovare un equilibrio, il buon senso, il meglio possibile, con una distinzione tra il grano buono e la zizzania.
Altrimenti non siamo di fronte a un tema di giustizia, ma di sciacallaggio. È meschinità. Ed è una meschinità che conosco bene, perché viene da chi non ha mai firmato un atto, non ha mai assunto una decisione, non ha mai risposto di nulla davanti a nessuno, anche quando ha commesso errori gravissimi nella propria carriera.
E questo non è un problema che riguarda Claudio Scajola.
Quando si normalizza l’idea che un amministratore debba dimettersi al solo comparire della parola “indagato”, si sta dicendo a ogni persona capace e onesta che il prezzo di governare è troppo alto, perché sarà ricattabile dal primo querulomane di turno, che dedica la propria vita a presentare esposti.
Se si accetta quel principio malato, si sta garantendo che le istituzioni restino nelle mani di chi non decide mai nulla, non firma mai nulla, non rischia mai nulla.
Non possiamo permettercelo”.
Oltre alla vicenda del Biodigestore, il sindaco Scajola ha provveduto a ridistribuire le deleghe dopo le dimissioni dell’oprmai ex assessore Gianmarco Oneglio.






