Il consigliere comunale di minoranza Lucio Sardi (AVS) interviene sul tema del Referendum Costituzionale sulla Giustizia, schierandosi sul fronte del “No“.
L’intervento del consigliere di AVS sul Referendum che porterà alle urne gli italiani il 22 e 23 marzo
Scrive Sardi: “Nel dibattito circa il referendum costituzionale sulla giustizia – ma sarebbe corretto dire sulla magistratura per il reale effetto che produce – un tema evocato dai sostenitori del Si è che i giudici godrebbero di eccessive libertà nell’agire e non subirebbero mai le conseguenze dei loro errori.
Si dipingono infatti i magistrati come responsabili di una volontà prevaricatrice e dotati di un potere altamente discrezionale in merito alle libertà dei cittadini soggetti a indagini o procedimenti giudiziari.
Una lettura che non corrisponde alla realtà, considerati gli strumenti di tutela che il nostro sistema giudiziario offre in ogni occasione in cui vengono attivate procedure che incidono in particolare sulla detenzione preventiva o sul diritto di appello alle sentenze.
Si scarica addosso ai magistrati anche la colpa per le inefficienze della giustizia, in particolare per i tempi lunghi dei processi, che sono invece responsabilità politiche in quanto determinate dagli scarsi investimenti, dalle carenze di personale e di organizzazione dei processi cioè tulle le criticità che dovrebbero venire risolte dal governo e dal ministro competente.
Un’altra accusa rivolta ai magistrati è quella di rivestire – nella stessa partita – i ruoli sia di arbitro che di giocatori con la complicità tra chi rappresenta l’accusa e chi giudica (da qua la richiesta di separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici), affermazione che ancora una volta si scontra con la realtà dei fatti e anche dei dati statistici dei processi.
Una volta vinto l’impegnativo e selettivo concorso per entrare nella magistratura, è infatti necessario scegliere uno dei due ruoli da svolgere (p.m. o giudice), che le norme attuali consentono di cambiare solo una volta in carriera e solo a condizione di spostarsi in un tribunale di diversa corte di appello (ovvero di diversa regione).
Se si considera che, attualmente, meno dell’uno per cento dei magistrati cambia funzione ogni anno, è evidente ancora di più che si parli di un falso problema.
Quanto ai dati sui processi, la teoria del “biscotto” tra i pubblici ministeri e i “colleghi” giudici si infrange sulla media nazionale del 50% dei processi in cui i giudici, in difformità dalle richieste dei p.m., assolvono gli imputati.
Questo dato dimostra che, pur essendo usciti dallo stesso concorso ed essendo governati da un unico Consiglio Superiore della Magistratura, tra giudici e pubblici ministeri non esistono forme di sudditanza o complicità.
Un dato a cui va aggiunto che, proprio in quanto formati nella “cultura della giurisdizione” unitaria della magistratura inquirente e giudicante, essi svolgono i rispettivi ruoli senza forzature di tipo accusatorio o di formalismo giuridico, dando così le maggiori garanzie di un processo equo e giusto.
È poi curioso che i fautori di questo referendum – da loro mascherato e giustificato da intenti garantisti (in verità poi solo rivolti a difesa della politica) – siano gli stessi che producono leggi e nuovi reati che limitano i diritti democratici e di manifestazione del dissenso dei cittadini comuni.
Stessa incoerenza si misura anche nell’effetto che genera la separazione delle carriere dei pubblici ministeri i quali – rispetto al sistema attuale che assegna loro il compito di affermare la verità dei fatti e quindi, molto spesso, archiviare le imputazioni – diventeranno sempre più puri strumenti a sostegno delle richieste di condanna (i cosiddetti avvocati dell’accusa) da cui doversi solo difendere.
Tutte queste considerazioni aiutano a svelare come il reale obiettivo di questa riforma sia quello di creare i presupposti per assoggettare la magistratura al controllo della politica, per impedirle di intromettersi e ostacolarne l’operato con fastidiose inchieste, tramutandola in uno strumento che assecondi il volere e gli obiettivi del governo di turno.
Una idea autoritaria di governo con poteri sempre più accentrati in cui chi vince le elezioni – magari con affluenze basse e leggi elettorali iper maggioritarie che non consentono di scegliere i propri rappresentanti – pur se eletto da una minoranza di elettori, decide non solo le leggi, ma anche quali e come siano quelle da applicare prioritariamente, cancellando di fatto il principio dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge sancito dall’articolo 2 della Costituzione.
Per comprendere meglio gli effetti di una tale situazione in cui, chi dovrebbe garantire a tutti il rispetto della legge e i propri diritti, è invece sottoposto al controllo di chi ha la maggioranza degli eletti e governa, proviamo a fare un esempio.
Ipotizziamo che una norma preveda che all’interno di un organismo democratico – facciamo l’esempio di un consiglio comunale – si debba discutere delle pratiche rispettando ciascuno dei tempi stabiliti e che il controllo dell’osservanza della regola sia demandato a un “giudice” che ha il potere di togliere la parola se si superano i tempi previsti.
Ipotizziamo poi che, chi ha dalla sua parte la maggioranza dei componenti di quell’organismo e svolge quindi il ruolo di governo, ritenga che – in forza di questa condizione – per lui la regola sui tempi non valga e quindi non la rispetti.
Qualora il “giudice” che dovrebbe farla rispettare – in quanto influenzabile e vassallo del detentore del potere di governo – non intervenisse venendo meno al suo compito di garanzia, quella norma non varrebbe più per tutti, provocando la violazione di un principio democratico.
Per non trovarci in una ipotetica così negativa condizione della giustizia italiana, fortunatamente il 23 e 24 marzo sarà sufficiente andare a votare NO al referendum costituzionale“.






